Cuore, dopo un tumore ci vogliono cure mirate

Ricerca dimostra che chi ha superato il cancro può avere strascichi cardiovascolari, ma ha meno probabilità di ricevere cure per questo aspetto

Cuore, dopo un tumore ci vogliono cure mirate

La cardioncologia è uno dei settori in maggior sviluppo. Fortunatamente, infatti, grazie alla diagnosi precoce ed al miglioramento dei trattamenti antitumorali si sta assistendo ad una sopravvivenza più lunga e migliore dei malati ma…. Ma non bisogna sottovalutare i rischi per il cuore. Chi ha combattuto il tumore, infatti, può avere maggiori rischio sul fronte cardiaco e va seguito con attenzione: purtroppo, stando a quanto riporta una lettera apparsa sul Journal of American College of Cardiology, pare che proprio sul fronte cardiaco non sempre si abbiano le risposte necessarie. A segnalarlo è lo studio condotto all’Università di Newcastle in Australia, coordinato da Doan T.M. Ngo, che è apparso sulla rivista scientifica. La ricerca ha preso in esame oltre 300 persone ricoverate in cardiologia: circa un quinto di loro aveva alle spalle una storia di malattia oncologica, soprattutto al colon e alla mammella. I gruppi di malati erano sovrapponibili per età e presenza di fattori di rischio cardiovascolare, dal sovrappeso all’ipertensione fino ad un aumento dei lipidi nel sangue. Ebbene,  chi aveva alle spalle una guerra contro il tumore era sottoposto in misura minore a trattamento con i farmaci per abbassare il colesterolo, le statine, e a trattamenti che riducono l’aggregazione delle piastrine. Le differenze sono state sicuramente significative: per gli anti-colesterolo si va dal 63,8 per cento in caso di pregresso tumore contro quasi l’80 per cento nella popolazione generale, per l’aggregazione piastrinica si è andati da un 63,8 per cento di trattati per cancro al 75,3 per cento di chi non aveva avuto tumori. Una tendenza simile si è osservata anche per quanto riguarda le terapie antipertensive più diffuse.

Occorrono valutazioni specifiche

Qualche tempo fa, durante il Congresso della società Italiana di Cardiologia (SIC), si è molto discusso su questo aspetto.  Anche perché le cifre dimostrano che le cure oncologiche possono comportare anche effetti collaterali cardiaci e così molti pazienti con una diagnosi di cancro muoiono poi di patologie cardiovascolari: uno studio da poco pubblicato sull’European Heart Journal, per il quale sono stati esaminati oltre 3,2 milioni di pazienti con un tumore diagnosticato fra il 1973 e il 2012, ha dimostrato che l’11 per cento dei malati di tumore muore in realtà per patologie cardiovascolari, in due casi su tre cardiache come infarto o scompenso. E per alcuni tipi di tumore, come seno, prostata, endometrio e tiroide, la percentuale sale addirittura al 50 per cento; il rischio di morire per problemi a cuore e vasi è più elevato nel primo anno dalla scoperta del tumore ed è più che decuplicato in chi ha avuto una diagnosi prima dei 55 anni rispetto ai coetanei non colpiti dal cancro. Per questo occorre una stretta alleanza fra cardiologo e oncologo e da un’attenta valutazione cardiaca prima dell’inizio della chemioterapia. E soprattutto, come propongono i ricercatori australiani, è necessario sviluppare modelli di monitoraggio ed assistenza studiati su misura per chi ha avuto un tumore, anche con sistemi di calcolo specifico per la valutazione del rischio cardiovascolare in questa popolazione.

 

(FM)