Dopo un infarto, le donne più a rischio degli uomini

Studio italiano conferma che i pericoli di mortalità a distanza sarebbero maggiori nel sesso femminile. E prova a spiegarne i motivi

Dopo un infarto, le donne più a rischio degli uomini

La conclusione fa riflettere. In termini generali, le donne hanno una maggior probabilità di decesso a distanza di tempo da un infarto, quindi non in ospedale. Ed il motivo  di questo maggior rischio sarebbe da ricercare nel fatto che può accadere nel gentil sesso di avere meno terapie di controllo dei fattori di rischio rispetto agli uomini. A rilevare questa situazione è una ricerca pubblicata su ACVC Essentials 4U, piattaforma scientifica della Società Europea di Cardiologia (ESC). Il pensiero di Claudio Montalto, l’autore dello studio che lavora presso l’Università di Pavia, è che in qualche caso gli specialisti tendano ad evitare nella donna i trattamenti anti-aggregazione piastrinica e antipertensivi più aggressivi. La ricerca ha preso in esame 1523 pazienti con attacco cardiaco osservati tra il 2015 e il 2017: nel 31 per cento dei casi si trattava di donne. Sono state registrate tutte le indicazioni terapeutiche e le eventuali controindicazioni a specifici farmaci riscontrate. Il risultato della ricerca è che, a fronte di una mortalità all’interno dell’ospedale pressoché sovrapponibile nei due sessi, quando si è preso in esame il monitoraggio a distanza di tempo (poco più di otto mesi), i decessi sono stati superiori nella popolazione femminile. Questo dato era già emerso in altri studi, quindi non risulta del tutto inatteso. Ma lo studio ha cercato di comprendere i motivi di questa discrepanza.

Attenzione alle terapie

Esistono, in base al tipo d’infarto e alle condizioni del paziente, precise linee che descrivono quale dovrebbe essere la traiettoria terapeutica ottimale. Stando a quanto riporta la ricerca, mentre il 55 per cento delle donne riceve la terapia standard ideale negli uomini la percentuale sale al 64 per cento. come se non bastasse, anche il ricorso a procedure terapeutiche invasive rimane percentualmente inferiore nel sesso femminile (71 per cento) rispetto a quello maschile (83 per cento). Va detto che, grazie ad un’analisi statistica mirata, in genere se si riceve il trattamento medico ottimale si ha all’incirca un 50 per cento di calo nei decessi per ogni causa, mentre il solo fatto di essere di sesso femminile non viene considerato un predittore indipendente di morte dopo un infarto. Per questo lo studio rivela un particolare da tenere in considerazione e suggerisce che non è il fatto di essere donna a correlarsi con un maggior rischio di decesso dopo un infarto, quanto piuttosto il fatto che non sempre si propone la terapia ottimale alla donna, che quindi potrebbe ricevere un minor numero di farmaci raccomandati. E’ vero che occorre sempre prestare attenzione alle eventuali controindicazioni ad uno o più farmaci, ma sicuramente dalla ricerca emerge un dato da non sottovalutare. Occorre migliorare gli esiti a distanza dell’infarto nel sesso femminile.