Pochi farmaci alle donne con l’infarto. Gli uomini curati meglio

Nel gentil sesso sono inferiori le probabilità di trattamento con statine ad alta intensità, indicate nelle linee guida. Differenze significative per le giovani e le più anziane.

Pochi farmaci alle donne con l’infarto. Gli uomini curati meglio

La differenza di genere nel trattamento di prevenzione secondaria in chi ha avuto un infarto sembrava un problema ormai superato, dopo le tante polemiche di qualche decennio fa. Allora numerosi studi dimostravano una disparità di cura sia nell’accesso alle terapie d’urgenza, come l’angioplastica con il posizionamento di stent, legata anche alla sottovalutazione dell’attacco di cuore nella donna, sia nella prevenzione farmacologica di nuovi episodi dopo un primo infarto. Ora però la polemica si riaccende, e con essa ricompare la temuta differenza di genere tra maschi e femmine che potrebbe condizionare la prognosi a distanza dopo l’attacco ischemico. A gettare il classico sasso nello stagno è una ricerca condotta all’Università di Oxford e pubblicata su Journal of American College of Cardiology, che mostra come negli Stati Uniti le donne che hanno avuto un infarto hanno meno probabilità di essere trattate con una statina ad alta intensità rispetto agli uomini. Stando ai risultati della ricerca coordinata da Sanne Peters, dell’ateneo inglese ormai le donne vengono trattate con statine per ridurre il colesterolo e il rischio cardiovascolare, ma più raramente rispetto ai maschi verrebbero trattate con statine “ad alta intensità”, quindi con azione molto significativa sui valori del colesterolo “cattivo” nel sangue. A rischio di sotto-trattamento sarebbero tutte le donne, ma le differenze sarebbero particolarmente importanti nelle più giovani e in quelle particolarmente anziane. Il tutto nonostante le linee guida delle società scientifiche americane sono molto chiare in proposito e non parlano di possibili differenze di genere: la raccomandazione è sempre per una statina ad alta intensità. La ricerca ha preso in esame una banca dati comprendente quasi 17.000 persone oltre alle informazioni dell’assicurazione Medicare su più di 70.000 soggetti ricoverati per infarto. Più di un quarto e quasi la metà della popolazione considerata nelle due analisi era di sesso femminile. I risultati generali dicono che dopo la dimissione in seguito a infarto le statine ad alta intensità sono state prescritte al 56% degli uomini e al 47% delle donne. Per gli individui senza storia precedente di terapia con statine, il 61% degli uomini ha avuto una prescrizione di una statina ad alta intensità rispetto al 50% delle donne. In particolare la discrepanza di genere si è osservata nelle donne giovani o molto anziane.

Necessaria una maggior cultura di genere

Le donne storicamente hanno ricevuto terapie in prevenzione secondaria, dopo un infarto miocardico, meno aggressive rispetto agli uomini nonostante il più elevato rischio di mortalità – spiega Daniela Trabattoni, responsabile Women Heart Center del Centro Cardiologico Monzino. Negli ultimi due decenni sono stati compiuti numerosi sforzi per aumentare la consapevolezza del rischio cardiovascolare nelle donne e ridurre le differenze di genere in ambito clinico e di ricerca. Infatti, la maggiore aderenza alle strategie di prevenzione ha permesso di documentare una riduzione della mortalità per patologie cardiovascolari nelle donne”. Il trattamento con statine è uno degli elementi caratterizzanti la prevenzione secondaria e l’efficacia della sua prescrizione nelle donne con patologie cardiovascolari è stata ben definita in diversi studi clinici e raccomandata anche nelle linee guida dell’American Heart Association relative alla prevenzione nel sesso femminile.  “I risultati emersi da questo studio recentemente pubblicato, mettono in luce il persistere di sostanziali differenze nella prescrizione di statine tra uomini e donne dopo infarto miocardico, nonostante l’inequivocabile evidenza di efficacia e sicurezza del trattamento con statine ad alta dose in soggetti con patologie cardiovascolari. – continua l’esperta.  Le possibili interpretazioni di questi risultati e includono una maggiore incidenza di effetti collaterali legati al trattamento con statine ad alta dose nella donna, che più spesso ne motiva l’interruzione. Ma anche una erronea percezione di basso rischio cardiovascolare dopo infarto nelle donne da parte dei medici curanti e prescrittori può contribuire ad un trattamento di cura con statine a basso dosaggio. Le discrepanze di genere nella prevenzione delle malattie cardiovascolari dimostrano quanto sia importante un percorso non solo di ricerca applicata ma anche di sensibilizzazione della popolazione e di educazione della classe medica a un approccio “gender-based” alle problematiche cardiovascolari nelle donne e alle terapie inerenti”.