Aterosclerosi, nuovi marcatori dei lipidi informano sul rischio infarto

Non solo colesterolo LDL. Ricerca americana dice che due parametri, TRL e sdLDL, possono associarsi al rischio di infarto. E basta un esame del sangue

Aterosclerosi, nuovi marcatori dei lipidi informano sul rischio infarto

Conoscere il rischio futuro d’infarto e più in generale di malattie cardiovascolari legate all’aterosclerosi per ogni singolo individuo appare fondamentale in chiave di prevenzione personalizzata. Ma ovviamente occorre avere a disposizione un numero sempre maggiore di parametri che, in modo sempre più affidabile, possono definire questo profilo di rischio. In questo senso, in futuro, per il profilo lipidico potrebbero aggiungersi ai classici fattori considerati come colesterolo cattivo o LDL, trigliceridi e altro  anche nuovi elementi da tenere in considerazione. Stando ad una ricerca coordinata da Aruna D. Pradhan dell’Ospedale Brigham and Women’s di Boston, apparsa su Journal of the American College of Cardiology, due nuovi elementi potrebbero essere considerati, in base al parere dell’esperto, nel definire quanto una persona rischia di avere problemi cardiovascolari in futuro. Si chiamano lipoproteine ricche di trigliceridi (la sigla che contraddistingue questo parametro è TRL) e le particelle di lipoproteine a bassa densità piccole e dense (sdLDL). La presenza di valori elevati di TRL sarebbe, in base alla ricerca, associata con un rischio futuro maggiore di infarto e malattie arteriose generali, ad esempio a carico delle gambe.  Al contrario, l’innalzamento di sdLDL sarebbe associato solamente con un maggior rischio di infarto del miocardio. Lo studio ha preso in esame questi parametri in poco meno di 500 persone reclutate nell’ambito del Women's Health Study. Poi i soggetti sono stati monitorati nel tempo, controllando i casi di infarto, isctus ischemico malattie coronariche e cerebrali, arteriopatie periferiche. In genere quanto più erano elevati i valori di TRL e di sdLDL tanto maggiori erano i rischi: non bisogna però dimenticare che spesso questi valori sono legati ad un incremento dei trigliceridi e del colesterolo totale.

In attesa di valutazioni ulteriori

L’identificazione di questi possibili parametri di monitoraggio del rischio cardiovascolare, in ogni caso, non si traduce immediatamente in una nuova indicazione all’esecuzione dei test. Si tratta infatti di una prima osservazione, che va comunque confermata da altre ricerche su ampie popolazioni. Quindi al momento non bisogna pensare di cambiare i classici marcatori impiegati per definire il rischio legato alla presenza di lipidi che possono aumentare il pericolo che si formino placche ateromatose in grado di bloccare la circolazione del sangue in specifici settori dell’albero vascolare. Il processo di sviluppo dell’aterosclerosi, in ogni caso, è legato ad una serie di elementi che si combinano tra loro e definiscono quello che si chiama rischio cardiovascolare globale. Per spiegare rapidamente cosa accade nel tempo occorre ricordare che pressione alta, eccesso di colesterolo, fumo e gli altri fattori di rischio cardiovascolare portano l’arteria a diventare sempre più rigida e causano un danno dell’endotelio, la parte della parete dell’arteria a maggiore contatto con il sangue che circola. In seguito nella zona colpita dal processo si accumulano (raccolgono) particelle di grasso e cellule del sangue come le piastrine, che formano una sorta di “cicatrice” rilevata sul vaso. Nel tempo si forma una vera e propria “placca” che si può estendere riducendo il calibro dell’arteria,  o addirittura rompersi. Nel primo caso si forma un trombo che ostruisce il vaso sanguigno, nel secondo dalla placca può partire un embolo che circolando nel sangue va ad ostruire un altro vaso. Capire meglio come riconoscere chi è a rischio potrà aiutarci, in futuro, a definire meglio le strategie di prevenzione personalizzata.

 

(FM)