Cos’è il tromboembolismo venoso?

Il tromboembolismo venoso è la terza malattia del sistema cardiovascolare dopo cardiopatia ischemica ed ictus. A rischio soprattutto le donne. La prevenzione è fondamentale e passa attraverso un sangue più “fluido”

Cos’è il tromboembolismo venoso?

Cos’è?

La trombosi è la formazione di un coagulo di sangue all'interno di un vaso, in grado di bloccare tutto o in parte una vena (trombosi venosa) o un’arteria (trombosi arteriosa).  Quando un trombo, sviluppatosi in qualsiasi vaso periferico va incontro a frammentazione, il frammento trombotico che ne deriva (embolo) si muove all'interno del circolo sanguigno potendo così arrivare anche al polmone determinando l’embolia polmonare, condizione estremamente grave. Nel mondo occidentale, una persona ogni 37 secondi muore a causa di trombi che ostruiscono il flusso di sangue nelle vene profonde o nei polmoni (ovvero più di 843.000 morti ogni anno).

 

Chi colpisce?

La popolazione a maggior rischio di tromboembolia venosa è costituita dai pazienti sottoposti a chirurgia ortopedica per la sostituzione protesica dell’anca o del ginocchio, i malati oncologici, chi presenta particolari disturbi della coagulazione e più genericamente chi è sottoposto ad un intervento chirurgico o chi è costretto ad una lunga immobilità. A rischio sono anche le persone che soffrono di scompenso cardiaco. Altre cause predisponenti sono l’età avanzata, l’obesità e l’insufficienza venosa.

 

Le donne sono a maggior rischio?

Il genere femminile è particolarmente esposto al tromboembolismo venoso. Più facilmente soffrono della classica flebite, che si manifesta con gonfiore della gamba, arrossamento e dolore. Inoltre presentano alcune fasi della vita a maggior rischio, come la gravidanza (aumenta la pressione nelle vene del bacinoe si rallenta il flusso del sangue) e il puerpuerio. Attenzione, in casi specifici, va anche prestata all’impiego degli anticoncezionali ormonali e al trattamento che si instaura dopo la menopausa per prevenire l’osteoporosi e le malattie cardiovascolari. Gli ormoni infatti possono aumentare la coagulazione, specie nelle donne con disturbi della coagulazione, facilitando la formazione di un trombo.

 

Come si manifesta?

Il quadro sintomatologico del tromboembolismo venoso è caratterizzato da dolore, gonfiore, arrossamento della zona colpita e dilatazione delle vene superficiale, in particolare delle gambe. La pelle può anche essere calda al tatto. In caso di complicazioni, come l’embolia polmonare, possono essere presenti mancanza acuta del respiro, dolore al petto e un’accelerazione del numero dei battiti cardiaci.

 

Come si riconosce?

L’esame chiave, che andrebbe sempre effettuato in presenza di segni e sintomi di tromboembolismo venoso delle gambe, è l’ecocolor-doppler venoso. E’ del tutto indolore e si basa sul semplice passaggio di una sonda sulla superficie della gamba, in corrispondenza della vena che si ipotizza a rischio. permette di valutare non solo le vene ma anche le arterie, registrando il flusso del sangue e l’eventuale presenza di ostruzioni. Tra gli esami del sangue, oltre al quadro generale, appare sempre più importante il ruolo di un composto (D-dimero), derivato dalla fibrina  che facilita la formazione dei coaguli. In caso di valori elevati il rischio di trombo è elevato. Il test può però non essere particolarmente specifico, visto che il valore di alza anche in caso di infezioni, dopo un trauma o in conseguenza di patologie specifiche.

 

Come si cura?

 

Gli obiettivi del trattamento sono diversi: in primo luogo occorre contrastare lo sviluppo del trombo, poi bisogna ridurre il rischio che si sposti e che se ne formino altri. La terapia si basa quindi sui farmaci anticoagulanti, con un percorso che prevede l’impiego in prima battuta dell’eparine (ne esistono di diversi tipi) associata ad un farmaco per bocca. La prima agisce immediatamente e poi viene sospesa, mentre il secondo viene proseguito per un tempo più o meno lungo, in base alle indicazioni del medico. Oltre ai classici anticoagulanti orali di vecchia data, come il warfarin, oggi è possibile impiegare anche trattamenti più moderni (ce ne sono diversi). In genere questa terapia anticoagulante è raccomandata per tre mesi e oltre, in base al rapporto tra rischio di recidiva e quello di emorragia del singolo paziente. In questi pazienti il pericolo di recidiva aumenta fino al 10 per cento nel primo anno se la terapia viene interrotta dopo 3, 6 o 12 mesi. I clinici, quindi, devono valutare attentamente se protrarre la terapia anticoagulante per periodi più lunghi, data l’incertezza del rapporto rischio-beneficio di un determinato paziente. In questo senso, al recente congresso della Federazioni delle Associazioni dei medici Ospedalieri di medicina Interna tenutosi a Bologna è stato presentato uno studio che dimostra come lo stesso farmaco, rivaroxaban, possa essere somministrato anche a dosaggio dimezzato per prevenire le recidive di tromboembolismo venoso. Secondo  Davide Imberti, Direttore dell’Unità Operativa di Medicina Interna del Centro Emostasi e Trombosi dell’Ospedale di Piacenza bisogna ricordare che “la terapia anticoagulante è certamente efficace, ma spesso il rischio di complicanze emorragiche, fa propendere per l’interruzione della terapia stessa o il passaggio ad aspirina”. Ci sono infine persone che non possono assumere farmaci anticoagulanti perché hanno in corso un sanguinamento oppure perché i trattamento non sono efficaci. In questi rari casi si può posizionare una sorta di “setaccio” all’interno della vena cava, dove il sangue di ritorno dalle gambe passa prima di arrivare al cuore. Si chiama filtro cavale e in pratica impedisce che un coagulo risalga dalla gamba verso i polmoni prevenendo l’embolia.

(F.M.)