Covid-19, in Italia più arresti cardiaci fuori dall’ospedale

Studio italiano dimostra una crescita del 58 per cento durante l’epidemia in aree lombarde. E a Brescia si caratterizzano i rischi nei cardiopatici

Covid-19, in Italia più arresti cardiaci fuori dall’ospedale

Che il cuore possa essere uno degli organi più coinvolti dall’infezione da Sars-CoV-2, inizialmente considerata soprattutto una polmonite, è ormai chiaro. Ma si stanno delineando contorni che rendono ancor più preoccupante la situazione, come quello che appare da una lettera inviata a New England Journal of Medicine da Enrico Baldi, dell’Università di Pavia, che fa luce sul rischio di arresto cardiaco extra-ospedaliero nei giorni più caldi dell’epidemia. Nei primi quaranta giorni dall’inizio delle manifestazioni cliniche di Covid-19, il 21 febbraio, c’è stato un incremento del 58 per cento di questi eventi drammatici nell’area della Bassa Lombardia. In Particolare, si è andati da un aumento del 18 per cento a Mantova fino al 143 per cento del cremonese per arrivare ad un più 187 per cento a Lodi. In tutto, nelle quattro province considerate, si è passati da 229 casi nello stesso periodo del 2019 a 362. Purtroppo anche la mortalità è cresciuta percentualmente del 14,9 per cento e sono scesi del 15,9 per cento i pazienti che hanno ricevuto i primi soccorsi, e la rianimazione cardiopolmonare da chi si trovava vicino a loro. Eppure la rianimazione immediata può essere fondamentale per proteggere il cuore, il cervello e salvare la vita. Basta imparare il massaggio cardiaco. Si mette una mano al centro del torace della persona in arresto cardiaco, in corrispondenza del cuore, e si fanno 100-120 compressioni del torace al minuto, con il torace che si introflette di circa 5 centimetri

A Brescia si disegna il profilo del rischio cuore in chi ha Covid-19

Poco più lontano, a Brescia,  uno studio condotto da Marco Metra dell’Università degli Studi, Direttore dell’Unità di Cardiologia dell’ASST-Spedali Civili, di Brescia ha descritto i dati demografici, le caratteristiche cliniche e la prognosi dei pazienti Covid-19 cardiopatici confrontando questi dati con quelli di pazienti senza malattia cardiaca concomitante. La ricerca è in pubblicazione su European Heart Journal.  L’analisi ha preso in esame 99 pazienti consecutivi con polmonite da Covid-19: 53 pazienti cardiopatici e 46 senza una malattia cardiaca concomitante. Tra i pazienti cardiopatici dello studio, il 40 per cento aveva una storia di insufficienza cardiaca, il 36, una fibrillazione atriale e il 30 una cardiopatia ischemica. Durante il ricovero ospedaliero, il 26 per cento dei pazienti è deceduto, il 15 ha avuto eventi tromboembolici, il 19 una sindrome da distress respiratorio acuto, il 6, uno shock settico. Dal confronto tra pazienti cardiopatici e non è emersa la mortalità più alta dei pazienti con cardiopatia, 36 per cento contro il 15 dei non cardiopatici con un tasso di eventi tromboembolici e di shock settico anche questi più elevati: 23 contro 6 per cento, e 11 contro 0 per cento, rispettivamente. “La nostra analisi ha mostrato che i pazienti Covid-19 con concomitante cardiopatia hanno una prognosi estremamente severa, significativamente peggiore di quella già grave dei non cardiopatici con polmonite da COVID-19 – spiega Metra”.

(FM)