Il tai chi migliora il morale e la qualità di vita di chi soffre di cuore

L’antica arte marziale orientale ha un’azione positiva su pressione arteriosa e condizione emotiva dopo infarto o ictus

Il tai chi migliora il morale e la qualità di vita di chi soffre di cuore

A leggere le statistiche, una persona su cinque che soffre di scompenso cardiaco o malattia delle arterie coronariche presenta umore cupo ed altri sintomi legati alla depressione. La percentuale di chi fa i conti con condizioni emotive non ottimali salirebbe addirittura al 27 per cento tra quanti debbono fare i conti con un’ipertensione di vecchia data e supera addirittura un terzo tra quanti hanno avuto un ictus. Agire sia sul fisico che, soprattutto, sul morale di questi cardiopatici appare quindi fondamentale, per contrastare quel “distress” psicologico che conduce da un lato alla depressione, dall’altro a chiari segni di ansia, incidendo pesantemente sulla qualità di vita. Tra le varie “ricette” per contrastare questa situazione, una originale e di facile applicazione (oltre che gradevole per chi la esegue), viene da una ricerca condotta all’Università dell’Arizona, pubblicata su European Journal of Cardiovascular Nursing, una delle riviste della Società Europea di Cardiologia (ESC). Lo studio, coordinato da Ruth Taylor-Piliae, dimostra chiaramente come l’aggiunta del tai chi ai programma di riabilitazione e attività fisica richiesti a chi è cardiopatico o sta seguendo un percorso di cura può influire positivamente non solo sul fisico, ma anche sul morale. I vantaggi sarebbero legati alla particolare esecuzione dei movimenti, con l’azione rilassante sul fisico e sulla respirazione, in una combinazione di attività che richiedono a chi li esegue la massima concentrazione su questi elementi e sulla postura.

Un’analisi di 15 studi

La ricerca americana prende in esame i risultati di 15 studi clinici diversi, condotti su soggetti con malattia coronarica, scompenso, ipertensione e ictus. L’insieme di pazienti coinvolti arriva a quasi 2000 persone, con un’età media di 66 anni e per quasi la metà donne. Dall’analisi delle ricerche emerge chiaramente come il taci chi possa giocare un’azione “olistica” sull’organismo e sulla psiche, contrastando quella forma di distress che spesso accompagna chi si trova in queste condizioni, con particolare riferimento al rischio di depressione. Non appare invece significativa la sua attività per chi soffre di ansia, anche se i dati sono relativi ad un limitato numero di soggetti. Ciò che conta, in ogni caso, è che l’arte marziale orientale può agire su sintomi che impattano pesantemente sulla qualità di vita del soggetto. pensate solamente alla dispnea e all’affanno in chi deve fare i conti con uno scompenso cardiaco. Stando allo studio è proprio sulla qualità di vita che l’azione del tai chi si rivela particolarmente utile, con evidente impatto sulle attività di ogni giorno e sulle possibilità di socializzare da parte dei pazienti. Ovviamente non si può generalizzare: nelle persone colpite da ictus, anche per le difficoltà che spesso si possono accompagnare ai movimenti in questa popolazione, l’impatto del tai chi appare inferiore. L’importante, in ogni modo, è sfruttare i benefici di questa vera e propria strategia che prevede l’esecuzione armoniosa di una sequenza preordinata di movimenti che simulano una “forma” di combattimento, detta anche Lotta con le Ombre. In termini generali lo svolgimento regolare degli esercizi porta ad un miglioramento dell'equilibrio e della postura. Ma più in generale il tai chi aiuta a ridurre la risposta ai fattori stressanti e quindi rilassa, con uno sforzo aerobico, quindi indicato anche per i cardiopatici, perché non si tratta di uno sforzo fisico intenso, visto che si punta a riequilibrare l’energia dell’organismo.

(FM)