Il pacemaker aiuta il cuore “stanco” per la chemioterapia

Una ricerca condotta su una piccola popolazione di persone conferma l’utilità del trattamento “elettrico” in caso di scompenso cardiaco dopo il trattamento antitumorale

Il pacemaker aiuta il cuore “stanco” per la chemioterapia

Il cuore, si sa, può risentire degli effetti della chemioterapia, necessaria per vincere o almeno controllare il tumore. L’affaticamento del cuore, quindi lo scompenso cardiaco, si può verificare anche a distanza di anni dal trattamento antineoplastico e per questo occorre sempre che il paziente oncologico sia monitorato sul fronte della salute cardiaca. Ma nel momento in cui viene accertato una cardiomiopatia, ovvero un’insufficienza cardiaca, quale può essere il trattamento ottimale per fronteggiare il problema? Una risposta, seppur ancora limitata sul fronte numerico, viene dalla presentazione dei ritultati dello studio MADIT-CHIC, avvenuta a San Francisco in occasione del congresso che riunisce gli esperti americani di aritmologia, ovvero il convegno della Heart Rhythm Society. Lo studio ha preso in esame solamente 30 pazienti ed è stata presentata da Jagmeet Singh del Massachusetts General Hospital di Boston. In particolare i soggetti inseriti nella ricerca sono stati sottoposti a trattamento “elettrico” con un pacemaker in grado di svolgere anche funzioni di defibrillatore e presentavano i segni dello scompenso cardiaco legati alla disfunzione sistolica, ovvero all’impossibilità da parte del ventricolo di “spingere” regolarmente il sangue all’interno dell’arteria aorta e quindi all’intero organismo. L’insufficienza cardiaca si è sviluppata dopo il termine del trattamento con chemioterapia (in molti casi però il problema si è manifestato a distanza di anni) ed erano stati trattati per tumore alla mammella, per linfoma o per sarcoma.

I risultati? Interessanti!

Viste le caratteristiche della neoplasia che aveva richiesto il trattamento chemioterapico (molto spesso si trattava di tumori alla mammella, quasi nove soggetti su dieci inseriti nello studio erano di sesso femminile. Mediamente l’inserimento nello studio si è verificato a distanza di molti anni dal termine del trattamento chemioterapico e quindi dalla scomparsa del tumore (mediamente 15 anni dall’ultimo ciclo), e tutti i soggetti trattati, sia pure con caratteristiche diverse di gravità e intensità dei sintomi, stavano ricevendo il miglior trattamento per il cuore. Lo studio dimostra che grazie alla stimolazione elettrica la capacità di “spinta” da parte del ventricolo sinistro, cioè la frazione di eiezione ventricolare sinistra, ha avuto un netto miglioramento nei sei mesi successivi all’impianto del defibrillatore, pari a oltre il 30 per cento. Questa tendenza ad una risposta positiva al trattamento elettrico si è avuta nei diversi sottogruppi di pazienti, quindi non ha risentito dell’età o della classe di gravità dello scompenso cardiaco. A fronte di questo aspetto di rilevazione diagnostica, si è osservato anche un miglioramento nei controlli ecocardiografici. Lo studio, peraltro, si è limitato a valutare i risultati nei primi sei mesi dopo il trattamento e quindi, pur se le indicazioni appaiono positive, occorrono controlli a distanza maggiore per poter definire con certezza i risultati nel tempo. C’è però la sensazione che in caso di “debolezza” cardiaca legata alla chemioterapia ed in presenza di problemi di conduzione elettrica rilevati all’elettrocardiogramma, il trattamento “elettrico” potrebbe rivelarsi di grande aiuto nel controllo dello scompenso. Il “segnapassi” impiantabile riesce a controllare il ritmo del cuore, a rilevarne autonomamente eventuali problemi di regolarità e quindi a correggerli. La sua azione è mirata a migliorare l’efficacia dell’azione cardiaca, consentendo di contrastare tra l’altro sintomi come la stanchezza e la scarsa risposta allo sforzo tipica di questi pazienti.

 

(FM)