Ecco perché l’infarto è più “cattivo” in chi soffre di diabete

Ricerca italiana svela il segreto della più alta mortalità precoce dopo infarto grave nei diabetici. I nuovi farmaci potrebbero aiutare a ridurre i rischi

Ecco perché l’infarto è più “cattivo” in chi soffre di diabete

Quando si parla di diabete di tipo 2, patologia di cui soffrono circa quattro milioni di italiani, si dice sempre che a questo scompenso metabolico si associano non solo un maggior rischio cardiovascolare, ma anche pericoli per i reni. Proprio la combinazione dei problemi cardiaci e del danno nella funzione renale sarebbero alla base della più elevata mortalità che si osserva nelle persone con diabete rispetto al resto della popolazione non diabetica in caso di infarto. Il rischio di morte nei primi giorni dopo l’evento ischemico infatti è quasi doppio in chi soffre da tempo della patologia metabolica. A spiegare questo meccanismo che rende l’infarto più “cattivo” nei diabetici è una ricerca condotta al Centro Cardiologico Monzino IRCCS di Milano, pubblicata su Diabetes Care. Dietro alla più elevata mortalità ci sarebbe proprio la disfunzione cardiaca e renale frequentemente associata alla malattia, che potrebbe essere contrastata con farmaci appropriati. “Sappiamo fin dagli anni ’60 che le persone con diabete di tipo 2 muoiono più di frequente dopo un infarto STEMI, la forma più grave di infarto del miocardio - spiega Giancarlo Marenzi, Responsabile della Terapia Intensiva Cardiologica del Centro Cardiologico Monzino e autore dello studio. Tuttavia, non si conosceva esattamente il perché di questa evidenza: fino a ieri abbiamo pensato che a peggiorare la prognosi fosse la presenza di numerose patologie spesso riscontrate nei pazienti diabetici. Ma il nostro studio ha dimostrato che non è proprio così”.

Il trattamento giusto del diabete per ridurre i rischi

Studiando al contempo cuore e reni gli esperti italiani si sono accorti della costante interazione, in questo caso negativa, tra i due organi. “Abbiamo misurato - continua Nicola Cosentino, cardiologo della Terapia Intensiva Cardiologica del Centro Cardiologico Monzino e coautore dello studio - nei pazienti con diabete di tipo 2 che accedevano al Monzino e al Policlinico San Matteo di Pavia con infarto STEMI, una serie di parametri tra cui la funzionalità cardiaca, tramite la frazione di eiezione del cuore, e la funzionalità renale, tramite il dosaggio della creatinina. Gli stessi parametri sono stati misurati anche nei pazienti infartuati non diabetici. Il confronto dei dati ha rivelato che la mortalità era maggiore nei pazienti che avevano un danno ai reni o alla funzione del cuore al momento del ricovero, problematiche più frequenti proprio nelle persone con diabete”. Insomma: non sarebbe il diabete di per sé ad aumentare il rischio di mortalità precoce nell’infarto, bensì la ridotta capacità contrattile cardiaca e la funzione renale dei pazienti. Ovviamente lo studio apre la strada a nuove strategie di cura. “La scoperta – continua Stefano Genovese, Responsabile dell’Unità di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche del Centro Cardiologico Monzino e coautore dello studio – apre le porte alla prevenzione del rischio di mortalità per infarto nei diabetici. Sappiamo infatti che la disfunzione cardiaca e renale è più frequente in questi pazienti, ma gli interventi per evitare un danno renale e cardiaco sono molteplici e relativamente semplici: non fumare, alimentarsi in modo corretto e praticare attività fisica, tenere sotto controllo glicemia, pressione arteriosa, colesterolo e peso corporeo. Quando tutto questo non è sufficiente, è fondamentale utilizzare i farmaci di nuova generazione per la cura del diabete, come gli agonisti del recettore del GLP-1 e gli SGLT2-inibitori, che non solo controllano la glicemia, ma proteggono anche cuore e reni, incidendo positivamente sulla diminuzione di eventi cardiovascolari con una riduzione della mortalità fino al 38 per cento”. ma attenzione: occorre anche identificare prima possibile il diabete. Lo studio pubblicato su Diabetes Care dimostra quanto sia importante identificare questa malattia precocemente e curarla con un approccio multidisciplinare coordinato dallo specialista diabetologo. Oggi a tutti i pazienti che soffrono di diabete di tipo 2 si può dire con chiarezza che se la funzionalità renale e cardiaca viene preservata, la loro prognosi cardiovascolare sarà migliore.

 

(FM)