La pelle ti dice se il cuore è a rischio

Il test di “autofluorescenza” della cute, completamente indolore, informa sui pericoli di sviluppare il diabete e le malattie cardiovascolari. La scoperta è dell’Università di Groningen

La pelle ti dice se il cuore è a rischio

Si entra al supermercato per fare la spesa o alla stazione per fare il biglietto. Una piccolo sonda viene appoggiata alla pelle. In pochi minuti, grazie al test dell’autofluorescenza, si esce con una definizione del rischio di sviluppare diabete o malattie cardiovascolari. Un sogno del futuro? Forse. Certo è che questa tecnica, del tutto indolore, potrebbe modificare la valutazione dei pericoli di andare incontro a scompensi metabolici, a infarti ed a ictus. Il tutto grazie ad un esame che ha già dimostrato di avere una sua validità, come dimostra lo studio condotto all’Università di Groningen, in Olanda, da un'equipe coordinata da Bruce Wolffenbuttel, pubblicato sulla rivista Diabetologia, organo ufficiale dell’Associazione Europea per lo studio del diabete (Easd). L’originale controllo dell’epidermide, peraltro, appare in grado di predire i rischi futuri indipendentemente da alter misurazioni, come ad esempio il test classico di rilevazione della glicemia. Tutto, come spesso accade, nasce dalla ricerca di base. Diversi studi hanno dimostrato che nelle persone con diabete di tipo 2 sono particolarmente elevati i valori degli AGE (Advanced Glycation end-products), che si correlano con una maggior autofluorescenza della pelle. La ricerca ha voluto valutare l’impatto in chiave di diagnosi precoce del rischio della misurazione di questi composti, grazie ad un esame del tutto indolore. Il test si basa su una fonte di luce che viene applicate all’epidermide e che è in grado di percepire la presenza degli AGE. In base alla presenza di questi composti e alla loro quantità il test disegna su un particolare spettrometro diverse lunghezze d’onda, consentendo quindi di valutare la quantità degli AGE.

I risultati dello studio

L’originale esame è stato impiegato per valutare la sua efficacia nel predire non solo lo sviluppo di diabete di tipo 2, ma anche di malattie cardiovascolari e di mortalità. Sono stati presi in considerazione oltre 70.000 soggetti che partecipavano al  Dutch Lifelines Cohort Study, che hanno rappresentato anche la “banca dati” per la valutazione dell’esame. Sono stati considerati come parametri la comparsa di diabete autoriferito dal paziente (emoglobina glicata superiore al 7 per cento), eventuali problemi cardiovascolari come infarto, interventi alle coronarie, ictus, comparsa di arteriopatia alle gambe e altri. Per la mortalità sono stati presi in esame i dati ricavati dal Dutch Municipal Personal Records Database. Dopo un monitoraggio medio di 4 anni (con controlli arrivati anche a 10 anni), l’1,4 per cento dei partecipanti ha sviluppato diabete di tipo 2, l’1,7 per cento ha avuto una diagnosi di malattia cardiovascolare e l’1,3 per cento è deceduto. Il test di autofluorescenza cutanea è risultato più alto in coloro che hanno sviluppato patologie cardiovascolari o sono deceduti rispetto a chi non è andato incontro a queste situazioni. In termini generali, un aumento dell’autofluorescenza cutanea è risultato associate con un rischio di tre volte maggiore di sviluppare diabete o patologie cardiovascolari e addirittura di cinque volte per quanto riguarda il decesso. Importante è anche ricordare che il valore predittivo del test è risultato indipendente da alcuni classici fattori di rischio consolidati, come l’obesità o la presenza di sindrome metabolica. Insomma, conoscere il futuro della salute di cuore e arterie attraverso la pelle forse potrebbe essere un sogno che diventa realtà.

 

(FM)