Le cattive abitudini pesano più della genetica nelle malattie giovanili del cuore

Per chi ha avuto casi di infarto in giovane età in famiglia occorre puntare sulla prevenzione e non “abbandonarsi” al destino scritto nei geni

Le cattive abitudini pesano più della genetica nelle malattie giovanili del cuore

La difesa del benessere cardiaco dipende soprattutto da noi. E non bisogna appellarsi solo alla predisposizione genetica per spiegare una malattia di cuore che compare in giovane età ma bisogna piuttosto puntare sulle buone abitudini per limitare, se non addirittura azzerare, quanto di poco positivo viene scritto nel DNA. A lanciare un appello alla responsabilità e alle buone abitudini sono gli esperti presenti al Congresso della Società europea di Cardiologia (ESC) di Parigi. Fumo, sedentarietà, ipertensione, diabete ed elevati livelli di colesterolo giocherebbero infatti un ruolo più incisivo sulla genesi delle patologie cardiache rispetto alla componente genetica, ovviamente quando non si tratti di malattie geneticamente determinate. Lo studio che prova questa teoria per i soggetti che potrebbero avere un maggior rischio di sviluppare infarti o ictus già in età giovanile è stato condotto da João A. Sousa dell’Ospedale di Funchal, in Portogallo. La ricerca ha preso in esame 1075 soggetti di età inferiore ai 50 anni: in poco meno della metà dei casi  (555 persone) si erano manifestati problemi legati a malattia coronarica, come angina stabile o instabile o infarto. L’età media dei soggetti osservati era di 45 anni: i fattori di rischio e i profili genetici dei pazienti considerati sono stati confrontati con quelli di un gruppo di controllo di 520 persone, di età media pressochè sovrapponibile. Tutte le persone sono state reclutate nella banca dati GENEMACOR (Genes in Madeira and Coronary Disease).

Cosa dicono i risultati

Gli scienziati hanno preso in esame cinque fattori di rischio cardiovascolare modificabili: l’inattività fisica, il fumo, l’ipertensione, il diabete ed elevati livelli di colesterolo totale. Il 73 per cento dei pazienti presentava almeno tre di questi fattori di rischio, in confronto al 31 per cento registrato nella popolazione di controllo. Ovviamente, in tutti e due i gruppi in studio con l’aumento della prevalenza dei diversi fattori di rischio. Sul fronte genetico, è stato condotto su tutti i partecipanti lo studio del genoma ed è stato definito un “punteggio” di rischio definito in base a 33 varianti genetiche correlate con una maggiore tendenza a sviluppare fattori di rischio o ipertensione. Questo punteggio, come era facile immaginare, si è rivelato mediamente più elevato nei soggetti con casi di infarto o angina in età giovanile rispetto alla popolazione di controllo. Ma c’è un dato che fa riflettere: l’impatto sul rischio di questa particolare “costituzione” genetica è risultato progressivamente sempre meno significativo con l’incremento dei classici fattori di rischio legati alle cattive abitudini. “Questi dati dimostrano che la genetica contribuisce allo sviluppo di malattie delle arterie coronariche  - segnala Sousa. Tuttavia nei soggetti che presentano due o più classici fattori di rischio la genetica gioca un ruolo meno decisivo”. Da questa osservazione partono i consigli pratici, che per questi soggetti debbono essere ancor più importanti: “lo studio offre una chiara evidenza che le persone con una storia familiare di malattie premature di cuore dovrebbero adottare stili di vita sani – conclude l’esperto. Le abitudini poco salutari possono offrire un più importante contributo alle malattie cardiache rispetto alla genetica”. Sintesi finale: dimenticare il fumo, muoversi con regolarità, avere un’alimentazione sana e controllare i valori di pressione e colesterolo ci aiutano a proteggere il cuore. Fin da giovani.

 

(FM)