Colesterolo “cattivo”, più cala meglio è per chi soffre di cuore

Le nuove linee-guida della Società Europea di Cardiologia segnalano come occorra scendere il più possibile. Il trattamento con gli inibitori PCSK9 come evolocumab aiuta a ridurre il rischio di eventi cerebro-cardiovascolari in chi ha avuto infarto, ictus o arteriopatia periferica

Colesterolo “cattivo”, più cala meglio è per chi soffre di cuore

E’ una vera e propria chiamata alle armi quella che i cardiologi propongono per il “nemico” colesterolo. Se la scienza ha ampiamente dimostrato che “lower is better” ovvero meno è meglio, perché quanto più il colesterolo LDL scende tanto minori sono i rischi di eventi come infarti o ictus, ora le linee guida 2019 presentate dalla European Society of Cardiology (ESC) e dalla European Atherosclerosis Society (EAS), confermano questa ipotesi. Vengono infatti stabiliti nuovi livelli obiettivo di Colesterolo-LDL da rispettare per i pazienti definiti a rischio cardiovascolare “molto alto” e “alto”, rispettivamente meno di 55 milligrammi per decilitro e meno di 70. “Le nuove linee guida sulle dislipidemie sono una conferma di quanto evidenziato dagli ultimi studi scientifici: C-LDL è il fattore causale della malattia aterosclerotica e quindi le strategie terapeutiche devono mirare ad abbassarlo il più possibile, secondo il concetto “meno è meglio”  – spiega Alberto Zambon, Associato di Medicina Interna, Università di Padova. Per i pazienti con un rischio cardiovascolare molto alto diventa fondamentale abbattere i livelli di C-LDL in modo significativo per allontanare il rischio di successivi eventi cardiovascolari. I nuovi target individuati di 55mg/dl (per i pazienti a rischio cardiovascolare molto alto) e di 40mg/dl (per i pazienti con un evento vascolare ricorrente entro i due anni nonostante una terapia con statine ottimizzata), testimoniano quanto il controllo tempestivo del colesterolo cattivo, diventi un aspetto imprescindibile nella presa in carico dei pazienti”.

Quando servono gli anticorpi monoclonali

Se i malati non arrivano all’obiettivo proposto, il trattamento con gli inibitori PCSK9 come evolocumab rappresenta una possibilità per ridurre in modo significativo il rischio di eventi cerebro-cardiovascolari nei pazienti con una storia di infarto, ictus o arteriopatia periferica. La raccomandazione è in linea con i risultati dello studio FOURIER, che ha evidenziato come l’aggiunta di evolocumab alla terapia con statine porti a una riduzione dei livelli di LDL di circa il 60 per cento, diminuendo al tempo stesso il rischio di nuovi eventi come infarto, ictus e rivascolarizzazione coronarica.  “Gli inibitori PCSK9 come evolocumab hanno dimostrato da tempo la loro efficacia nei pazienti in prevenzione secondaria –  precisa Francesco Prati, Primario di Cardiologia, Azienda Ospedaliera San Giovanni – Addolorata, Roma e Presidente del Centro per la Lotta contro l’Infarto. Una conferma ulteriore sull’opportunità di inserire le nuove terapie nei protocolli terapeutici, come indicato nelle nuove linee guida ed in maniera più precoce, arriva dal recente studio indipendente EVOPACS, presentato in questi giorni all’ESC. L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare l’efficacia di evolocumab nei pazienti con sindrome coronarica acuta, quindi nella fase acuta dell’infarto miocardico. I risultati dimostrano per la prima volta che l’impiego del farmaco entro le 96 ore dall’evento è in grado di ridurre del 77.1 per cento i livelli di C-LDL dopo 4 e 8 settimane di trattamento. Nel 90 per cento dei pazienti è stato inoltre raggiunto il nuovo target di C-LDL di 55mg/dl, confermando l’efficacia della terapia. Gli inibitori PCSK9 come evolocumab nell’evento acuto hanno il compito di stabilizzare la placca aterosclerotica, modificandone la composizione, in modo che, nella fase successiva all’infarto, non ci siano ulteriori complicanze. Questo processo deve avvenire il prima possibile in modo da recare il maggiore vantaggio possibile al paziente. Un approccio aggressivo e precoce nella riduzione di C-LDL va accompagnato ad un percorso di presa in carico del paziente strutturato nelle fasi successivi all’infarto, in modo da ottimizzare il beneficio terapeutico”.