Per battere il colesterolo ci vogliono cure su misura

Il cardiologo diventa un sarto, pronto a disegnare il trattamento esattamente sui bisogni della persona. Dallo stile di vita alle statine fino agli anticorpi monoclonali come evolocumab, ecco i consigli di Furio Colivicchi, dell’Ospedale San Filippo Neri-ASL Roma 1

Per battere il colesterolo ci vogliono cure su misura

I dati del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità sono davvero impietosi e disegnano un’Italia in cui il “nemico” colesterolo sta prendendo sempre più spazio. La situazione appare infatti peggiorata a tutte le età, confrontando le informazioni di fine 1900 e quelle del 2012. Nella popolazione degli over-65 oggi più di sei persone su dieci soffrono di ipercolesterolemia e se consideriamo i nuovi valori ottimali per il colesterolo LDL (quello “cattivo” che non dovrebbe superare i 115 milligrammi per decilitro) quasi sei persone su dieci nella popolazione generale sono fuori norma. Mangiamo sempre peggio, facciamo poco movimento, il sovrappeso avanza. Ma difendersi è fondamentale per la salute del cuore e delle arterie. Come? Ecco la ricetta di Furio Colivicchi, Direttore dell’U.O.C di Cardiologia dell’Ospedale San Filippo Neri-ASL Roma 1 di Roma.
 
Dobbiamo proprio perdere la lotta contro il colesterolo?

“Ciò che conta è capire che esistono due livelli su cui agire. Il primo è di popolazione: occorre educare tutti verso stili di vita più salutari, riducendo l’introito calorico eccessivo, controllando il peso, facendo regolare attività fisica ed eliminando il fumo, che tra l’altro peggiora l’ipercolesterolemia. La situazione cambia quando parliamo del singolo individuo. Il cardiologo deve valutare il rischio specifico, considerando tutti i diversi elementi che possono danneggiare il cuore, e quindi fare un intervento personalizzato. Non si può pensare di trattare nello stesso modo e di avere gli stessi obiettivi in termini di riduzione del colesterolo in tutti i casi. Ad esempio, una persona che ha solamente un colesterolo elevato, ma non presenta altri fattori di rischio, dovrà ricevere un’attenzione minore rispetto a chi, invece, potrebbe avere un colesterolo più basso ma soffrire di diabete o avergià avuto un infarto. Il nostro impegno è quindi trovare soluzioni ottimali per ogni soggetto”.

Cosa occorre fare nelle persone ad elevato rischio?

“Se una persona ha un profilo di rischio molto elevato, ad esempio presenta un diabete non controllato o è reduce da un infarto o da un ictus, il pericolo che si presentino nuovi eventi cardiovascolari può essere anche del 5 per cento l’anno. Questo significa che dobbiamo assolutamente portare il colesterolo LDL sotto i 70 milligrammi per decilitro (negli Usa già si parla addirittura di quote inferiori), ovviamente considerando anche un’azione su tutti i fattori di rischio. Per il colesterolo disponiamo delle statine. Si tratta di ben sei farmaci diversi, efficaci e sicuri, tutti ormai privi di copertura brevettuale e quindi di basso costo. Le statine inibiscono la sintesi del colesterolo nel fegato e vanno scelte in base agli obiettivi di riduzione del colesterolo, considerando le possibili interazioni con altri trattamenti. Potremo, così, raggiungere gli obiettivi prefissati in una buona percentuale di casi. Tuttavia, sappiamo che in un terzo circa dei nostri pazienti non si raggiungono livelli adeguati di colesterolo. In questi casi possiamo aggiungere ezetimibe, un farmaco che riduce l’assorbimento del colesterolo nell’intestino. In questo modo riusciremo a portare all’obiettivo un’ulteriore quota di pazienti. Ma ci sono persone per le quali dobbiamo ottenere risultati molto più significativi, e in questi casi si può puntare sui nuovi anticorpi monoclonali”.

Di cosa si tratta e quando sono indicati?

In termini generali si tratta dei primi farmaci biotecnologici dedicati all’abbassamento del colesterolo e ne abbiamo a disposizione due: evolocumab ed alirocumab. In particolare, evolocumab ha recentemente ricevuto l’approvazione europea nella prevenzione di gravi eventi cardiovascolari in pazienti che hanno già avuto un infarto o un ictus, oppure in soggetti che soffrono di diabete complicato, di arteriopatia obliterante dei vasi delle gambe o sono portatori di un aneurisma dell’aorta addominale. Questi farmaci bloccano il PCSK9, una proteina che controlla il numero dei recettori per il colesterolo sulla superficie delle cellule epatiche. In pratica, il blocco della proteina PCSK9 consente alle cellule del fegato di avere un maggior numero di recettori, che catturano grandi quantità colesterolo dal sangue. Il colesterolo portato dentro la cellula epatica viene eliminato. Con questi farmaci possiamo quindi ridurre il colesterolo LDL di un ulteriore 60 per cento rispetto alle sole statine, giungendo quasi sempre all’obiettivo voluto. Entrambi i farmaci sono efficaci e sicuri. In particolare, tuttavia, Evolocumab ha dimostrato la capacità di ridurre, non solo il colesterolo, ma anche l’incidenza di gravi malattie cardiovascolari, come infarto ed ictus. Di recente, infatti, sono stati presentati i risultati dello Studio FOURIER, che ha chiarito in modo inequivocabile che evolocumab, usato insieme alle statine, riduce efficacemente il colesterolo LDL (che arriva mediamente fino a 30 milligrammi), prevenendo gravi incidenti cardiovascolari.