Reni “stanchi” e cuore, nuove strategie di cura

Al Congresso della Società Europea di Cardiologia, presentati i risultati dello studio DAPA-CKD. Con un farmaco si riduce il rischio di carente funzione renale e morte cardiovascolare

Reni “stanchi” e cuore, nuove strategie di cura

Quando si parla di organi nobili non è difficile pensare immediatamente a cuore e cervello. Ci viene meno in mente l’importanza dei reni, che pure hanno un ruolo fondamentale nel benessere dell’organismo, ma spesso sono quasi dimenticati, anche in prevenzione. I fattori di rischio, per molti versi, sono gli stessi delle malattie cardiovascolari classiche come infarto ed ictus: diabete, ipertensione, aumento del colesterolo e sovrappeso non “scelgono” le arterie da colpire e quindi possono andare a minacciare anche la salute dei vasi che irrorano il rene. Come se non bastasse, il rene stesso può “invecchiare” perdendo progressivamente la sua funzione: un danno serio a questi organi, come si verifica nella malattia renale cronica, può quindi pregiudicare non solo il benessere renale ma anche quello cardiaco. Parte da questa “liaison” non sempre considerata l’importanza di studiare strategie mirate per proteggere il cuore, e i reni stessi, nei soggetti con malattia renale cronica. Una buona notizia in questo senso viene dal Congresso della società europea di Cardiologia (ESC), dove sono stati presentati i risultati dello studio DAPA-CKD: dapagliflozin, in aggiunta allo standard di cura, ha ridotto, rispetto al placebo, del 39 per cento la misura composita determinata dal peggioramento della funzione renale o dal rischio di morte per causa cardiovascolare o renale nei pazienti affetti da malattia renale cronica di stadio  2-4 e con elevata escrezione urinaria di albumina. I risultati si sono dimostrati coerenti nei pazienti con o senza diabete di Tipo 2.  “DAPA-CKD diventerà una pietra miliare nella storia della nefrologia. I dati, rilevanti su tutti gli obiettivi e ampiamente rappresentativi, sono di enorme importanza per la Comunità Scientifica Nefrologica – è il parere di Luca De Nicola, Professore Ordinario di Nefrologia presso l’Università “Vanvitelli” di Napoli. A ciò si aggiunge il bisogno di agire precocemente sull’elevato numero di pazienti ad alto rischio che non sono tuttora consapevoli del proprio stato di malattia, favorendo un coinvolgimento tempestivo del nefrologo, che possa trattarli con i migliori farmaci disponibili”.

I particolari sullo studio

DAPA-CKD è uno studio internazionale, multicentrico, randomizzato e in doppio cieco che include 4.304 pazienti, disegnato per valutare l’efficacia di dapagliflozin, rispetto al placebo, in pazienti affetti da malattia renale cronica in stadio da 2 a 4 e con escrezione urinaria di albumina elevata e con o senza diabete di tipo 2. Il farmaco impiegato fa parte della classe degli inibitori selettivi del co-trasportatore di sodio e glucosio renale, meglio noti come SGLT2) e nasce come anti-diabetico sia come monoterapia sia in terapia di combinazione per migliorare il controllo glicemico. In aggiunta alla dieta e all'esercizio fisico negli adulti con diabete di tipo 2, garantisce benefici aggiuntivi quali la perdita di peso e la riduzione della pressione arteriosa. Recentemente, per le sue caratteristiche è stato studiato e viene ancora valutato nel trattamento dello scompenso cardiaco. “Per chi soffre di questa condizione, poi, è fondamentale ricordare che ogni ricovero in ospedale comporta un peggioramento della prognosi. Non bisogna però dimenticare che esistono diverse forme di scompenso: nei casi con funzione sistolica ridotta (ovvero proprio quando il sangue non viene “spinto” correttamente dal cuore), questo farmaco potrebbe diventare uno standard di cura.