La polipillola può migliorare l’aderenza in chi è ad alto rischio infarto

Affrontare assieme diversi fattori di rischio è fondamentale. Studio italiano rivela il valore dell’associazione precostituita per favorire la cura

La polipillola può migliorare l’aderenza in chi è ad alto rischio infarto

E’ diventato una pietra miliare nella storia della cardiologia e della prevenzione delle malattie di cuore lo  Studio di Framingham, una ricerca che ha seguito tutti gli abitanti di una cittadina USA per molti anni. Ed ha dimostrato chiaramente come spesso i nemici del cuore, come l’ipertensione e l’aumento di colesterolo nel sangue oltre i limiti consentiti, si alleino tra di loro per peggiorare la situazione ed aumentare il rischio di andare incontro ad un infarto. Un dato per tutti: avere un colesterolo totale nel sangue che sale fino a 300 milligrammi per decilitro di sangue significa aumentare di quattro volte il rischio di andare incontro ad un infarto. Ma se chi ha questo parametro alterato è anche fumatore, diabetico ed ha la pressione alta il pericolo di avere un attacco di cuore sale di dieci volte. Da questa constatazione nasce la necessità di affrontare con una politerapia i diversi valori alterati per ricondurli a livelli accettabili, ma questa necessità spesso si scontra con il fatto che chi è a rischio cuore può avere difficoltà ad assumere regolarmente le terapie, rischiando dimenticanze, o magari è in trattamento per altre malattie, con aumento del numero di somministrazioni di farmaci ogni giorno. Nasce così l’ipotesi l’impiego di una sorta di “polipillola”, in grado di consentire in un’unica somministrazione l’assunzione di più principi attivi, magari per affrontare nello stesso tempo un’ipertensione particolarmente tenace e un incremento del colesterolo LDL oltre i livelli di guardia. Ma questo approccio può essere vantaggioso in termini di aderenza alla cura prescritta, obiettivo fondamentale per ottenere i risultati auspicati? Una risposta positiva in questo senso arriva da una ricerca coordinata da Valentina Perrone che annovera tra gli autori anche esperti di economia sanitaria come Luca Degli Esposti e Massimo Volpe, ordinario di Cardiologia all’Università Sapienza di Roma. Stando ai risultati dell’indagine pare proprio che la polipillola possa rivelarsi uno strumento utile per mantenere elevata l’aderenza alle cure.

Cosa emerge dalle banche dati considerate

Lo studio, pubblicato su High Blood Pressure & Cardiovascular Prevention, parte dall’analisi retrospettiva dei data Base di tre diverse Unità sanitarie Locali in Italia. La coorte di persone coinvolte ha compreso pazienti con almeno una prescrizione di amlodipina e perindopril (farmaci per l’ipertensione) da soli o in associazione e atorvastatina (per il trattamento dell’ipercolesterolemia) nel corso del 2014 con l’obiettivo di definire il numero di pazienti che potenzialmente potevano assumere i tre principi attivi in un’unica compressa a dose fissa. L’obiettivo dello studio era appunto questo, al fine di migliorare l’aderenza terapeutica alle terapie prescritte, rispetto all’approccio con farmaci “da soli” ma prescritti per la stessa persona. Questa analisi nel mondo reale tra pazienti che seguivano un trattamento con combinazione “libera” e che oggi potrebbero giovarsi delle stesse cure a dose fissa ma in un’unica “polipillola” mostra che la somministrazione di un’unica compressa potrebbe avere influenza positiva sull’aderenza alla terapia, che è risultata comunque non soddisfacente nella popolazione in trattamento con gli stessi farmaci in combinazione.

 

(FM)