​Donne, ecco perché si “dimenticano” l'infarto

Preoccupano i rischi per il gentil sesso. In generale l’infarto, con le sue complicanza, è la prima causa di morte nella popolazione femminile

​Donne, ecco perché si “dimenticano” l'infarto

Attenzione al cuore delle donne. Il gentil sesso tende a sottovalutare la situazione e quindi la Società Italiana di Cardiologia (SIC) e la European Society of Cardiology segnalano che non vanno più considerate a minor rischio cardiovascolare. Il motivo? L’infarto miocardico acuto e non il tumore, è la causa di morte numero uno, con incidenza di decessi di circa il 12 per cento (rispetto al 6 per cento degli uomini). Ma il problema maggiore è ricordare questo rischio alle donne. Da un’indagine effettuata dalla SIC emerge la mancanza di consapevolezza della donna del proprio rischio di infarto: il 78 per cento non sa che le malattie cardiovascolari sono la loro prima causa di morte nel sesso femminile. Inoltre i sintomi dell’infarto possono essere differenti da quelli degli uomini. Si innalzano anche i casi di under 50 stroncati da un attacco di cuore. Questi dati segnano per la prima volta dopo 10 anni una battuta d’arresto nella riduzione della mortalità cardiovascolare. I dati emergono da Ciro Indolfi, presidente della Società Italiana di Cardiologia, alla riunione delle Cardio-UTIC Academy di Roma. Per fortuna, anche per limitare i casi di scompenso che possono far seguito all’infarto, il trattamento dell’ischemia acuta è sempre più efficace grazie ai progressi della cardiologia, in primo luogo dai reparti di Terapia Intensiva Cardiologica (UTIC) di cui il 68 per cento sono di IV livello (dunque altamente all’avanguardia), fiore all’occhiello della sanità italiana, ma anche dall’avvento della cardiologia interventistica e della cardiochirurgia.

L’assistenza migliora costantemente

L’incontro della Cardio-UTIC Academy è anche occasione per promuovere la campagna di responsabilità sociale “Ogni minuto conta”, voluta da “Il Cuore Siamo Noi - Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus” e dalla SIC, con l’obiettivo di sensibilizzare all’importanza e necessità di un intervento il più tempestivo possibile per ridurre ulteriormente la mortalità dell’infarto miocardico. “A risollevare la situazione, per entrambi i sessi– spiega Indolfi – ci sono importanti innovazioni come le UTIC, unità di terapia intensiva coronarica, nate negli anni 60 per il trattamento aritmico dei pazienti con infarto miocardico, di cui oggi il 68 per cento sono oggi di altissima qualità (IV livello) per competenza e attrezzature di avanguardia, e come l’avvento della cardiologia interventistica e cardiochirurgia. Con l’introduzione di tutti questi fattori, specie delle UTIC, che è meglio definirle Unità di terapia intensiva cardiologica si è assistito a un cambiamento nel trattamento ma anche della tipologia di pazienti ricoverati, oggi prevalentemente grandi anziani o affetti da scompenso cardiaco grave, da pluripatologie, insufficienza respiratoria, insufficienza renale, infarto miocardio acuto. In particolare quest’ultimo resta un ‘sorvegliato speciale’, insieme ai giovani e alle donne, meritevole di essere trattato nelle UTIC per le implicazioni possibili dagli esiti affatto scontati. Esiste, infatti, un alto pericolo per la vita nel corso della fase acuta mentre i danni determinati dall’infarto possono condurre allo sviluppo dello scompenso cardiaco, una patologia cronica molto grave caratterizzata da alterazioni della struttura e della funzionalità cardiaca cui consegue un insufficiente pompaggio del cuore e dai numeri, come abbiamo visto, importanti. Anche per lo scompenso cardiaco le UTIC rivestono un ruolo centrale, soprattutto nel trattamento delle complicanze acute più gravi e nella gestione multidisciplinare del paziente”.

 

(FM)