Farmaci o intervento, mortalità a distanza simile in chi ha angina grave o infarto

In caso di malattia coronarica avanzata, l’aggiunta di trattamenti interventistici alle cure farmacologiche non allunga la vita a quattro anni, ma può migliorarne significativamente la qualità. Occorrono scelte condivise tra medico e paziente

Farmaci o intervento, mortalità a distanza simile in chi ha angina grave o infarto

Quando si presenta il dolore al petto, che si irradia al collo e alle braccia, la prima cosa da fare è andare al pronto soccorso. Poi, una volta passata la fase acuta e superati i rischi, occorre controllare nel tempo la carenza di ossigeno al cuore. Ma come trattare nel tempo chi ha una malattia coronarica moderata o grave e soffre di angina particolarmente significativa o dolori di tipo infartuale? Occorre che paziente e medico si alleino e scelgano assieme caso per caso. E’ stata questa la risposta principale che viene dai ricercatori che hanno coordinato il grandissimo studio nella vita reale ISCHEMIA (International Study of Comparative Health Effectiveness With Medical And Invasive Approaches). I risultati, presentati in pompa magna al congresso dell’American Heart Association di Filadelfia, sono chiari: nel tempo provvedere a seguire con angiografia e con eventuale intervento chirurgico di by-pass o con angioplastica queste persone non aggiunge molto in termini di mortalità a distanza alla classica terapia medica. Ma questi approcci che aggiungono altre terapie ai farmaci, pur non influendo sulla sopravvivenza, portano con loro un importante risultato: possono migliorare la qualità di vita. Per questo sarebbe sempre importante decidere insieme al malato quale strada prendere nel controllo delle problematiche a distanza, quando l’ischemia cardiaca diventa una compagna di viaggio. Infatti lo studio dimostra che l'angiografia seguita da intervento di rivascolarizzazione delle arterie coronariche coinvolte nel fenomeno (il “palloncino” con lo stent che le mantiene dilatate) o la classica operazione chirurgico di by-pass aorto-coronarico possono influire positivamente sui sintomi legati all’angina pectoris.

Lo studio al microscopio

La ricerca è stata coordinata da Judith Hochman, del NYU Langone Medical Center di New York ed ha coinvolto 320 centri in 37 Paesi. Oltre 5000 i soggetti seguiti nel tempo: presentavano una malattia stabile, non avevano segni “pesanti” di scompenso cardiaco perché la frazione di eiezione ventricolare sinistra era conservata, ma soffrivano di ischemia (sia pure se di grado diverso) valutata con esami sotto sforzo. I soggetti inseriti nella ricerca sono stati divisi in due gruppi: nel primo si seguiva solo la migliore terapia con farmaci, nel secondo a questa si associavano, dopo un’angiografia delle coronarie, trattamenti più o meno invasivi. La mortalità a distanza (il monitoraggio medio è stato di oltre tre anni), è stata quasi simile nel gruppo sottoposto anche a pratiche chirurgiche o interventistiche rispetto al gruppo che limitava i controlli della situazione ai soli farmaci. In particolare, come era lecito attendersi, le curva di mortalità hanno visto prima un vantaggio per la sola terapia medica poi, dopo i due anni, globalmente sono andati meglio i pazienti che avevano aggiunto ai farmaci anche gli altri approcci. Dopo la strategia invasiva, tuttavia, i malati hanno riferito di sentirsi meglio. Per questo, caso per caso, occorre una profonda condivisione dell’approccio di cura tra cardiologo e paziente.

 

(FM)