Non perdiamo un attimo in caso d’infarto

Al via la Campagna sulla gestione dell’infarto “Ogni minuto conta”. Nei casi più gravi, ogni dieci minuti di ritardo nei soccorsi si possono tradurre in una mortalità di quasi il 3 per cento

​Non perdiamo un attimo in caso d’infarto

Fare presto. E fare bene, a tutti i livelli. A partire da tutte le persone, che debbono imparare a riconoscere i segni e i sintomi dell’attacco cardiaco e chiamare subito i soccorsi, per arrivare fino alla rapidità nel giungere nella sala di emodinamica, dove si può effettuare l’angioplastica (ovvero mettere di tutta fretta il “palloncino” che dilata l’arteria in cui c’è un blocco al flusso del sangue) ed eventualmente posizionare uno stent (reticella che mantiene “aperta” l’arteria coronarica). Prima si arriva, meno si rischia e oltre tutto si possono limitare i potenziali danni al cuore, le cui cellule vengono progressivamente distrutte dalla carenza di sangue e ossigeno. E’ un messaggio chiaro quello che viene dalla campagna “Ogni minuto conta” voluta da “Il Cuore Siamo Noi - Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus”, con il patrocinio della Società Italiana di Cardiologia. L’iniziativa, presentata a Matera, punta a ricordare l’importanza delle due strategie principali per accorciare i tempi di accesso all’angioplastica con stent, intervento indispensabile per riaprire le coronarie colpite da infarto: da un lato infatti i cittadini devono imparare a riconoscere subito i segni tipici dell’infarto (come il dolore costrittivo retrosternale, ricordando che in alcuni casi l’attacco di cuore può essere “ingannevole"), dall’altra i soccorsi devono ridurre ogni possibile ritardo avendo a disposizione mezzi equipaggiati con un elettrocardiografo per fare diagnosi immediata, garantendo il trasferimento nel più breve tempo possibile a centri con un laboratorio di emodinamica o, se il paziente arriva in un ospedale dove può essere sottoposto ad angioplastica, non facendolo passare dall’accettazione di Pronto Soccorso ma andando direttamente in sala di emodinamica, come fosse un “fast track” in aeroporto.

Prima si riconosce e meglio è

Quando la diagnosi di infarto viene effettuata prima che il paziente si ricovera in ospedale (diagnosi pre-ospedaliera basata sui sintomi e sull’elettrocardiogramma), l’attivazione immediata del laboratorio di emodinamica non solo riduce il ritardo del trattamento, ma anche la mortalità, in particolare nei casi più gravi quando il malato ha perso conoscenza per lo shock cardiogeno. Insomma: dagli specialisti giunge il richiamo che non esisterebbe un “tempo soglia” che permetta di discriminare tra intervento tempestivo o meno, ma che la prognosi del paziente peggiora in maniera continua all’aumentare del ritardo nel trattamento. I dati più recenti dicono che occorre prestare attenzione soprattutto ai pazienti che si presentano in condizioni gravissime, con perdita di coscienza: in questi casi, nei quali la mortalità purtroppo è ancora oggi molto alta. Secondo il presidente della Fondazione Italia per Cuore e Circolazione Onlus Francesco Romeo “la mortalità arriva anche al 50-70 per cento anziché a circa il 3 per cento come negli infarti classici: per ogni ritardo di dieci minuti nel trattamento si registrano ben tre morti in più su cento pazienti trattati”.  Fare presto, insomma, significa fare bene. “Anche fra i pazienti che arrivano in Pronto Soccorso in condizioni più stabili il ritardo ha un impatto negativo, seppure leggermente inferiore – segnala Ciro Indolfi, Presidente della Società Italiana di Cardiologia e direttore della Cardiologia- Emodinamica ed UTIC dell’Università Magna Grecia di Catanzaro. Perdere tempo in caso di infarto, quindi provoca sempre un inaccettabile aumento della mortalità: più si indugia maggiore è la quantità di muscolo cardiaco che viene perso e sostituito da tessuto fibroso, non contrattile, con importanti conseguenze nella qualità di vita del paziente”. In caso di infarto, insomma, è essenziale accedere quanto prima all’angioplastica primaria, un intervento mini-invasivo con cui si “libera” l’arteria responsabile dell’infarto e si posiziona uno stent che mantiene aperto il vaso malato. “In Italia si effettuano ogni anno 158.689 angioplastiche coronariche e 37.135 angioplastiche primarie, un valore che ha permesso di superare il tetto delle 600 angioplastiche primarie/1.000.000 abitanti definito standard di qualità̀ europeo (609 pPCI/1.000.000 abitanti) – sottolinea Indolfi”.

 

(FM)