Fino a che età ha senso l’angioplastica in caso di infarto?

Una ricerca americana rivela l’efficacia e la sicurezza del “palloncino” che dilata la coronaria anche in tarda età. Il trattamento ha senso anche nei “superanziani”, che soffrono di altre malattie

Fino a che età ha senso l’angioplastica in caso di infarto?

Circulation, una sorta di “Bibbia” per chi si occupa di cardiologia, pubblica una ricerca che fa discutere. Il motivo? Si tende a dimenticare qualsiasi limite d’età per effettuare l’angioplastica delle arterie coronariche, sia essa o meno associata al posizionamento dello stent che mantiene dilatato il vaso malato nel tempo, ma non ci sono ancora prove certe che questo approccio sia valido anche per i pazienti molto anziani, che spesso soffrono di altre patologie. La ricerca ha preso in esame una grande popolazione di anziani (circa 470.000 persone) colpite da infarto nell’arco di 16 anni, tra il 2000 e il 2016, stratificando i risultati in base all’età. Il primo gruppo ha compreso persone tra i 75 e i 79 anni, il secondo tra gli 80 e gli 84 anni e il terzo persone con 85 anni o più. In termini generali, stando all’indagine, quanto più una persona era avanti con gli anni tanto minori erano le possibilità che venisse fatto il trattamento con angioplastica: si andava dal 38 per cento nei più giovani fino a quasi uno su cinque negli over-85. Nel tempo, però, si è evoluta la diffusione della tecnica anche negli anziani colpiti da infarto, con una riduzione progressiva dal tasso di mortalità. Oggi, stando a quanto riporta la ricerca, grazie al “palloncino” si possono salvare 54 persone su mille casi di infarto tra gli over 85, più o meno le stesse nella fascia d’età immediatamente inferiore e 49 tra i 75 e i 79 anni.

Fondamentale il trattamento “su misura”

“I dati pubblicati in questa analisi confermano quanto già presentato in altri registri a favore del netto beneficio della rivascolarizzazione coronarica nei soggetti molto anziani che si presentano con infarto miocardico acuto (STEMI), seppure con diversi gradi e complessità di patologie concomitanti e comorbidità” - dichiara Daniela Trabattoni, responsabile U.O Unità Operativa Cardiologia Interventistica 3, Centro Cardiologico Monzino IRCCS, Milano. «In considerazione, tuttavia, della complessità di manifestazione clinica di una sindrome coronarica acuta nei soggetti anziani, del correlato rischio di sanguinamento e del possibile danno renale, risulta indispensabile la valutazione clinica globale del paziente, così come l’analisi del suo quadro anatomico coronarico, che spesso evidenzia una malattia multivasale e complessa. Solo così, infatti, si può mettere davvero in atto un approccio “patient oriented” o personalizzato, fondamentale per ottenere il massimo risultato possibile contenendo i rischi peri e post-procedurali. Nei prossimi anni ci troveremo a gestire sempre di più una popolazione anziana molto numerosa, pertanto diventerà necessario conoscere gli aspetti di un trattamento ottimale che possa offrire a questi pazienti anche una migliore qualità di vita” - conclude Trabattoni.