A chi serve la canotta che fa da defibrillatore?

Tenere addosso il dispositivo non modificherebbe il rischio di morte improvvisa nei prima tre mesi dopo l’infarto, ma avrebbe comunque un effetto positivo sulla mortalità generale. A dirlo una ricerca apparsa su New England Journal of Medicine che ha preso in esame solo pazienti con il cuore che “pompava” poco

A chi serve la canotta che fa da defibrillatore?

La tecnologia dei “vestiti” che nascondono dispositivi medici sta facendo passi da gigante. Da qualche tempo si è resa disponibile anche una speciale canotta in grado di percepire le alterazioni elettriche del cuore e rilasciare una scossa di corrente elettrica capace di ristabilire il normale ritmo cardiaco. Ma a chi può servire indossare uno strumento così sofisticato? E soprattutto, quando bisognerebbe iniziare a portarlo sempre addosso dopo un infarto? Una risposta, peraltro interlocutoria, viene da una ricerca coordinata da Jeffrey Olgin, Responsabile della Cardiologia presso l’Università della California a San Francisco, apparsa sul New England Journal of Medicine. Stando ai risultati generali dello studio, condotto su persone cui è stata consigliata questa “canotta” tecnologica rispetto ad una popolazione di controllo, la tecnologia non sarebbe in grado di ridurre la mortalità per morte cardiaca improvvisa nei primi tre mesi dopo un infarto, ma porterebbe comunque ad un calo della mortalità nelle persone che hanno indossato correttamente l’indumento diagnostico-terapeutico. Sulla scorta di questi risultati, lo stesso Olgin commenta che “considerando la totalità dei dati raccolti l’impiego del defibrillatore indossabile potrebbe essere ragionevole nei pazienti ad elevato rischio che più probabilmente lo porteranno nell’ambito di un processo decisionale condiviso”. Attualmente le linee guida raccomandano di prendere in considerazione l’impiego di un dispositivo indossabile per un’ampia popolazione di pazienti a rischio di morte improvvisa, compresi quelli che hanno una frazione di eiezione molto bassa (il parametro indica la capacità di spinta del sangue da parte del cuore). Peraltro questa tecnologia potrebbe consentire di superare l’attuale indicazione delle linee guida per l’impianto di un classico defibrillatore: per impiantare lo strumento si parla di attendere almeno 40 giorni dopo un infarto e di tre mesi se è stato posizionato uno stent. La non invasività della canotta tecnologica potrebbe quindi essere una soluzione da utilizzare già nei primi giorni dopo la dimissione dell’ospedale.

Cosa dice lo studio

La ricerca è stata condotta in collaborazione con i National Institutes of Health (NIH) e l’azienda che produce il dispositivo. Sono stati arruolati tra Usa ed Europa più di 2300 pazienti con una bassa frazione di eiezione (meno del 35 per cento) nei sette giorni successivi alla dimissione ospedaliera dopo un infarto. Due terzi dei pazienti sono stati “istruiti” per il corretto impiego della canotta/defibrillatore, oltre ovviamente a seguire la terapia medica indicata dalle linee guida, mentre il restante 33 per cento ha solamente seguito il trattamento medico. La canotta andava indossata continuamente, ovviamente escludendo le necessità igieniche: mediamente è stata indossata in media per circa 14 ore al giorno considerando il periodo di valutazione, partendo da 18 ore per giungere fino a 12 a distanza di tempo. I risultati sono chiari: non si sono osservate differenze statisticamente significative nei diversi gruppi di pazienti per la morte improvvisa e la necessità di nuovi ricoveri. Gli specialisti segnalano tuttavia come questo potrebbe essere dovuto ad un non sufficiente impiego della canotta salvavita. Ma sul fronte della mortalità per tutte le cause i risultati sono sicuramente positivi: in chi indossava la canotta si è ottenuto una diminuzione del rischio di mortalità totale del 35,5 per cento. Per quanto riguarda l’affidabilità “percettiva” delle aritmie da parte del dispositivo indossabile, nel corso dei tre mesi di studio il 3,1 per cento di chi indossava la canotta ha avuto uno shock elettrico appropriato, contro uno 0,6 per cento che ha invece subito una “scossa” senza ragione. Insomma, il dibattito è aperto. Ma il futuro sembra segnato: le tecnologie indossabili saranno sempre più presenti come “guardiani” della nostra salute.