Le cellule multipotenti presenti nel sangue dicono se il cuore è a rischio infarto

Dopo uno sforzo fisico la quantità delle cellule “bambine” rilevabili con un prelievo può informare sul benessere delle arterie coronariche e rivelare i pericoli di attacchi cardiaci

Le cellule multipotenti presenti nel sangue dicono se il cuore è a rischio infarto

Quando si pensa alle cellule staminali multipotenti il pensiero corre subito alla possibilità di interventi più o meno mirabolanti per ricreare un organo o un tessuto. Non capita invece spesso di considerare queste cellule capaci di riprodursi in modi diversi, andando a vicariare eventuali carenze che si siano create nell’organismo, come possibile parametro di benessere di una struttura dell’organismo. Ebbene, per il cuore propria la conta delle cellule staminali nel sangue, dopo uno sforzo fisico potrebbe diventare uno strumento utilissimo per identificare che ha problemi circolatori alle coronarie e quindi impostare un’eventuale terapia o comunque un monitoraggio attento. Insomma: ci vuole un prelievo per scoprire se si è a rischio: se le cellule staminali nel sangue sono basse, il rischio di cardiopatia ischemica sarebbe più elevato.  A proporre l’aggiunta di questo nuovo indice da valutare dopo la classica prova da sforzo in cui si rilevano i mutamenti della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa (oltre a monitorare l’elettrocardiogramma) è una ricerca condotta dagli scienziati dell’Università Emory coordinati da Kasra Moazzami, apparsa su Jama Cardiology. Gli studiosi hanno concentrato l’attenzione proprio sulle cellule “multipotenti”, che normalmente circolano nel sangue: la loro quantità è infatti variabile, ma si può alzare proprio nel sangue dopo un’attività fisica particolarmente intensa, quasi come se lo sforzo fosse un fattore che “richiama” cellule che possono dare risposte ai fabbisogni dei tessuti per tenerle a disposizione, pronte ad eventuali impieghi.

Cosa accade in chi ha problemi di afflusso di sangue al cuore

Lo studio mette però in evidenza un altro aspetto che sicuramente fa riflettere. Dopo una prova da sforzo, infatti, normalmente si dovrebbe registrare un fisiologico incremento delle progenitrici del sangue all’interno dello stesso liquido biologico. Perché? In chi è sano l’attività fisica intensa in qualche modo “richiama” queste cellule dal midollo osseo al sangue, per averle a disposizione: l’organismo stesso infatti invia segnali che indicano un maggior bisogno dell’attività di “sostituzione” da parte delle cellule. Il problema è che quando una persona ha un deficit circolatorio a carico dei vasi che irrorano il cuore, appunto le coronarie, le cellule progenitrici in questa loro funzione da “missionarie” corrono in supporto al cuore, stabilendosi in esso. Così da brava crocerossine, si concentrano nell’area cardiaca, pronte a intervenire. Ed ovviamente risultano numericamente inferiori nel sangue circolante. Da questa osservazione nasce l’ipotesi di associare alla prova da sforzo un semplice prelievo di sangue capace di valutare il numero di cellule progenitrici del sangue nel circolo periferico: in caso di ridotta presenza, conviene concentrare le attenzioni sul cuore. L’ipotesi di lavoro è stata verificata nello studio clinico apparso sulla rivista scientifica, che ha preso in esame oltre 450 malati con patologia a carico delle arterie coronariche. I soggetti sono stati divisi in due gruppo: nel primo dopo lo sforzo il livello di cellule multipotenti nel sangue saliva, nel secondo calava. Purtroppo proprio in queste secondo gruppo di pazienti è risultata ben più alta, addirittura maggiore di oltre il doppio, la possibilità di sviluppare un infarto o di morte cardiovascolare nei tre anni successivi. Insomma: quelle cellule possono svelare davvero chi corre i rischi maggiori. Siamo ancora nell’ambito della ricerca, ma in futuro forse potrebbe esserci un nuovo marcatore da aggiungere alla prova da sforzo.

 

(FM)