Quei legami pericolosi tra depressione e infarto

Esiste un rapporto bidirezionale tra i rischi per il cuore e la depressione, specie nelle sue forme più gravi. L’allarme degli psichiatri italiani riuniti a Torino

Quei legami pericolosi tra depressione e infarto

La depressione aumenta quando si è andati incontro ad un infarto o ad un ictus cerebrale. Ma è vero anche il contrario. Soffrire di depressione maggiore, specie se con crisi ricorrenti come accade nella maggioranza dei casi, rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare. Basti pensare che la depressione aumenta la probabilità di infarto di circa tre volte rispetto a persone che non ne soffrono. La scienza comincia a chiarire i meccanismi che stanno alla base di questa relazione. Nella persona con depressione avvengono fenomeni biologici correlati in vario modo alla genesi dell’ischemia del miocardio: l’aumento costante del cortisolo nel sangue dovuto all’iperattivazione del sistema dello stress, l’aumento dell’aggregazione delle piastrine, l’attivazione del meccanismo dell’infiammazione con l’aumento delle citochine infiammatorie, e lo sbilanciamento dell’equilibrio fra sistema simpatico e parasimpatico a favore del primo, con effetti sia sul tono dei vasi coronarici che sul ritmo cardiaco. La depressione può peraltro insorgere come conseguenza di un infarto, evento che accade nel 20-30 per cento degli infartuati già nelle prime due-quattro settimane. Lo studio di queste ‘interazioni’ in negativo, sia in un caso che nell’altro, è al centro dei lavori del Congresso Nazionale della Società Italiana di Psichiatria (Sip), in corso al Lingotto di Torino.

Se si è giù di morale cambiano le abitudini

“La depressione – spiega Bernardo Carpiniello, presidente della Sip e direttore della cattedra di psichiatria all’Università di Cagliari – aumenta, inoltre, il rischio di cardiopatia ischemica non solo in modo diretto, ma anche attraverso meccanismi indiretti, comportamentali: eccessi dietetici, eccessivo uso di tabacco, sedentarietà. La depressione può peraltro insorgere come conseguenza di un infarto, evento che accade nel 20-30% degli infartuati già nelle prime due-quattro settimane. Anche in questo caso le conseguenze possono essere drammatiche: diversi studi, più volte replicati, dimostrano che la presenza di depressione aumenta di tre-quattro volte la mortalità a distanza di sei mesi dall’infarto, che passa dal 2-4% al 5-16% circa”. Il fenomeno, peraltro, appare particolarmente significativo nelle donne. “Le patologie cardiovascolari – spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – sappiamo che sono la causa di oltre un terzo delle morti nel genere femminile, e che fumo e diabete espongono a queste patologie soprattutto le donne. La comorbidità tra depressione e malattie cardiovascolari sarà la prima causa di disabilità al mondo già nel 2020, e le donne avranno un rischio doppio. Tra i pazienti cardiologici la prevalenza di depressione è doppia nelle donne, e a sua volta la depressione è fattore di rischio per infarto e morte cardiaca”. Importante, in ogni caso, è puntare sui trattamenti mirati. E’ stato dimostrato che un trattamento antidepressivo attuato tempestivamente in caso di depressione post-infarto, non solo riesce a migliorare la sintomatologia depressiva ma riduce significativamente (sino a valori del 10%-20%) il rischio di complicanze come un nuovo infarto e aritmie ventricolari.