Farmaci dopo lo stent coronarico? La scelta passa (anche) per il Dna

Un test genetico, in futuro, potrebbe spiegare se i trattamenti per mantenere il sangue fluido possono essere fatti su misura per migliorare i risultati e ridurre le complicanze. Arriva l’epoca della cardiologia di precisione

Farmaci dopo lo stent coronarico? La scelta passa (anche) per il Dna

L’arteria che si chiude. La corsa in ospedale, o comunque l’intervento programmato. L’angioplastica, con il palloncino che dilata il vaso per liberare il passaggio al sangue e ridare ossigeno al cuore. Spesso si mette anche lo stent, una retina che permette di mantenere dilatato il vaso nel tempo. Finito questo trattamento, occorre iniziare ad assumere per un periodo definito dal medico i farmaci che mantengono il sangue fluido, per evitare complicazioni come una nuova chiusura dell’arteria. Grazie agli studi sul Dna, si può pensare all’impiego di test genetici mirati che permettano di definire chi sono i soggetti che rispondono meglio o peggio a questi farmaci, “disegnando” su misura le cure per ogni singolo paziente e quindi limitare i possibili rischi di complicazioni. A farlo pensare è una ricerca apparsa su Circulation: Genomic and Precision Medicine, la rivista dell’American Heart Association. I ricercatori hanno dimostrato che un test genetico per una specifica mutazione, chiamata CYP2C19, potrebbe guidare il trattamento con uno dei farmaci più usati per mantenere il sangue fluido (clopidogrel) o con le sue diverse alternative. In particolare, i pazienti con mutazioni nel gene studiato che ricevevano una o due terapie alternative a clopidogrel avevano un rischio tre volte inferiore di andare incontro a morte, infarto o ictus. In più, sempre nei pazienti che presentavano mutazioni, le complicanze si sono manifestate in circa il 27 per cento dei pazienti trattati con clopidogrel e solo nell’8 per cento di quelli curati con medicinali alternativi.

Va detto che lo studio è stato condotto tutto in un unico centro, e questo può essere un limite. Ma in ogni caso la ricerca ha coinvolto quasi 1.200 pazienti del Laboratorio per il Cateterismo Cardiaco dell’Università della Carolina del Nord, concentrandosi su pazienti ad alto rischio per un significativo calo dell’apporto di sangue al cuore dopo il posizionamento dello stent, seguiti per un anno. E i risultati fanno sicuramente riflettere su una possibile “medicina di precisione” anche per il cuore.

«Per i pazienti sottoposti a rivascolarizzazione con stent coronarico e per chi ha subito un evento coronarico acuto, come l’infarto miocardico, la doppia terapia antiaggregante con aspirina e clopidogrel è il cardine del trattamento farmacologico per diminuire il rischio di recidive o di occlusione improvvisa dello stent. Effettivamente tuttavia, oltre un quinto dei pazienti che assume il clopidogrel risponde poco al farmaco, proprio per via di una mutazione genetica che impedisce al medicinale di essere efficace» – conferma Paolo Mario Ravagnani, dell’U.O. Cardiologia Invasiva 2 del Centro Cardiologico Monzino, IRCCS. «Sapere a priori se una persona sia o meno resistente al clopidogrel è di grande importanza, soprattutto nei casi di angioplastica coronarica ad alto rischio, vale a dire una situazione clinicamente stabile ma in cui l’eventuale trombosi dello stent può avere conseguenze catastrofiche» – precisa il dottor Ravagnani. «Infatti, mentre in caso di sindrome coronarica acuta (infarto) le linee guida suggeriscono già da tempo l’utilizzo di farmaci alternativi al clopidogrel che non presentano fenomeni di resistenza, e dunque sono più sicuri nella prevenzione delle recidive, in caso di angioplastica coronarica ad alto rischio attualmente utilizziamo quasi sempre il clopidogrel. Credo pertanto che avere a disposizione un esame genetico rapido come quello proposto nell’articolo dei ricercatori americani, possa fare la differenza. Come cardiologo intervenzionale infatti vorrei avere la certezza che i pazienti che tratto con angioplastica siano realmente responsivi al farmaco e studi come questo ci portano nella direzione di un trattamento sempre più personalizzato e “sartoriale” del paziente».