Attenzione al “blocco” psicologico che ritarda il soccorso in caso d’infarto

Dolore al petto che si irradia alla gola, alle spalle e alle braccia. Così si manifesta l’infarto. Ma la paura e l’ansia spesso ritardano i soccorsi e aumentano i rischi

Attenzione al “blocco” psicologico che ritarda il soccorso in caso d’infarto

“Ho perso ogni capacità di reagire quando sono cominciati i sintomi”. “Non sapevo cosa fare quando ho avuto i problemi”. “Il dolore mi ha paralizzato”. Sono solo alcune delle risposte che appaiono in uno studio originale apparso su European Journal of Cardiovascular Nursing, che ha voluto indagare la risposta emotiva delle persone alla comparsa del dolore tipico dell’attacco cardiaco. Perché si perde tempo? Prima non si riflette sulla possibilità che i fastidi siano legati al cuore, poi si pensa che i disturbi siano destinati a passare, a volte si considera difficile richiedere aiuto. E intanto la lesione va avanti quando la cura tempestiva potrebbe arrestarla ridando sangue ed ossigeno al cuore. Reagire al dolore che sembra spezzare il cuore a volte è difficile, ma è fondamentale. Tuttavia sono molte le persone che perdono tempo a chiamare i soccorsi, più che altro per motivi psicologici. E, purtroppo, quanto più tempo passa dall’inizio dei problemi legati ad un infarto tanto maggiori sono i rischi per la vita e scendono le possibilità di recupero dell’area cardiaca interessata dal processo patologico se si sopravvive. Non dimentichiamo mai che “il tempo è cuore”, insomma, anche se a volte può essere difficile. L’infarto spesso viene “negato”, si aspetta che il dolore passi, e nel frattempo si perdono minuti fondamentali per la salute del cuore e per le possibilità di cura dell’attacco.  La ricerca condotta da Carolin Nymark, del Karolinska University Hospital di Stoccolma, ha voluto indagare la risposta psicologica al possibile infarto e segnala proprio come le persone tendano quasi a “rimuovere”, in molti casi, quanto sta avvenendo. Con lo studio, insomma, si è provato a capire cosa frulli nel cervello di chi sta vivendo un infarto e quali siano le cause “personali” che portano al ritardo nelle cure. Quando bisogna invece mettersi in allarme? In genere si ricordano questi segnali: dolore al torace che si diffonde che si diffonde alla gola, alla schiena, allo stomaco o alle spalle con sensazione di malessere, che si mantiene per almeno un quarto d’ora. Spesso possono essere presenti sudorazione fredda. Sensazione di ansia, respiro corto e nausea inspiegabile.

A volte si aspetta anche 24 ore

Lo studio ha preso in esame 326 pazienti sottoposti a trattamento per infarto miocardico acuto per la prima o la seconda volta. Ai partecipanti è stato proposto uno speciale questionario “psicologico” proprio per comprendere cosa avviene quando occorre chiamare i soccorsi: mediamente infatti prima di chiedere aiuto passano tre ore, ma ci sono persone che arrivano addirittura a superare le 24 ore in attesa che avvenga qualcosa di positivo, quindi senza richiamare l’attenzione su di loro. Alla base di queste sensazioni apparentemente irrazionali, raccolte attraverso il test PA-AMI (Patients’ appraisal, emotions and action tendencies preceding care-seeking in acute myocardial infarction), ci sono fondamentalmente una sorta di “negazione” e la paura. Chi ha aspettato oltre 12 ore prima di chiamare i soccorsi si dice “paralizzato” e pensa di “aver perso il controllo di sé stesso”. Secondo La Nymark, “non si sa perchè alcuni pazienti reagiscano a questo modo: è possibile che questo atteggiamento sia legato alla paura o all’ansia. Questo aspetto dovrebbe rappresentare un elemento innovativo nell’educazione delle persone su cosa fare quando si manifestano i segni e i sintomi di un attacco cardiaco”.

(FM)