L’infarto del miocardio

L’infarto causa la morte di una quantità variabile di cellule del miocardio, il tessuto muscolare specializzato del cuore, e si differenzia dall’angina proprio per questo fatto. In caso di angina pectoris, condizione che si manifesta con sintomi e segni simili a quelli dell’infarto ma di breve durata, il mancato afflusso di sangue ossigenato a un’area del cuore non comporta la morte delle cellule miocardiche, ma solo una loro transitoria sofferenza.

L’infarto del miocardio

Il primo a parlare d’infarto è stato Galeno. Lo studioso fu il primo a discriminare il dolore al torace che si propaga al collo e al braccio sinistro dal semplice mal di stomaco dovuto a un’indigestione. L’infarto causa la morte di una quantità variabile di cellule del miocardio, il tessuto muscolare specializzato del cuore, e si differenzia dall’angina proprio per questo fatto. In caso di angina pectoris, condizione che si manifesta con sintomi e segni simili a quelli dell’infarto ma di breve durata, il mancato afflusso di sangue ossigenato a un’area del cuore non comporta la morte delle cellule miocardiche, ma solo una loro transitoria sofferenza. La rapidità nel riconoscere l’attacco cardiaco è fondamentale perché quanto prima si riescono ad attivare i trattamenti che consentono di ridare flusso di sangue ossigenato al cuore, tanto minori saranno i danni irreversibili dell’infarto. La prognosi dell’infarto miocardico acuto è progressivamente migliorata con una mortalità che si è ridotta dal 20-25% al 4-6% negli ultimi 30 anni. Questo straordinario risultato è stato ottenuto grazie alle terapie messe in atto d’urgenza, rappresentate in un primo tempo dalla trombolisi, una terapia endovenosa in grado di sciogliere il trombo occlusivo dell’arteria coronarica, e in seguito dall’angioplastica coronarica che è oggi la terapia di scelta poiché ottiene i migliori risultati clinici. In ogni caso, rimane sempre fondamentale puntare sulla rapidità dei soccorsi per limitare oltre ai rischi acuti anche le potenziali conseguenze tardive, prima tra tutte la perdita di funzione del cuore che può portare allo scompenso cardiaco. 

L’infarto del miocardio

Perché viene l’infarto?

L’infarto è causato in nove casi su dieci dalla rottura di una placca aterosclerotica con conseguente formazione di un trombo occlusivo in una delle arterie coronarie, i vasi sanguigni che diramandosi in una miriade di capillari nutrono tutte le cellule cardiache. Anche altre situazioni, seppur raramente, possono dare il via alla crisi cardiaca: ad esempio uno spasmo coronarico, un’infezione della coronaria (sono stati riportati ad esempio casi legati alla scarlattina), e malattie del tessuto connettivo che coinvolgono le pareti delle arterie, come la panartrite nodosa. Raramente l’infarto è secondario a una dissezione della parete della coronaria, fenomeno più frequente nel sesso femminile, o ad anomalie congenite di origine e decorso delle coronarie. In tutti i casi, l’evoluzione del quadro clinico è simile. Se non ricevono sangue a sufficienza, e con esso l’ossigeno e le sostanze nutritive, i cardiomiociti (le cellule muscolari del cuore) muoiono definitivamente e sono sostituiti da tessuto fibroso inerte. I primi casi di necrosi si manifestano nella zona più interna del muscolo, in media dopo venti minuti dall’occlusione dell’arteria coronaria che irrora l’area. Poi, dopo le prime sei ore dall’inizio dell’occlusione, il danno è “transmurale” cioè interessa l’intero spessore del cuore.

L’infarto del miocardio

Come si manifesta l’infarto

I sintomi tipici sono dolore dietro lo sterno, al centro del torace, che risale verso il collo e il braccio sinistro, o si irradia ad entrambe le braccia. Il dolore è spesso lancinante, e non si modifica con la respirazione. È questo il sintomo principe dell’infarto, che deve indurre il paziente o i suoi famigliari a chiamare immediatamente i soccorsi. Ma non va sottovalutato che a volte l’infarto inganna, soprattutto negli anziani e nei pazienti diabetici, manifestandosi con sintomi che non fanno immediatamente pensare al cuore. Ad esempio può esserci un’intensa nausea, o un insolito mal di denti, che sembra interessare tutta la mandibola. Può essere presente anche dispnea, ovvero la difficoltà a respirare normalmente. Quando il cuore ci inganna e non compare il classico dolore retrosternale, sono soprattutto quelli sopra menzionati i segnali che invia per avvisarci che arriva poco sangue e che è in corso una grave ischemia che potrebbe condurre all’infarto. Purtroppo questi infarti “mascherati” non sono rarissimi. Secondo un’ormai classico studio coordinato da David Brieger dell’Università di Sidney, condotto su quasi 21.000 pazienti e pubblicato su Chest, l’8,4 per cento dei malati giunge in ospedale senza il classico dolore da infarto, pur se è in corso una sindrome coronarica acuta. Purtroppo, in quasi un caso su quattro l’infarto non viene immediatamente diagnosticato proprio perché il cuore non invia il classico segnale di sofferenza, e anche per questo i malati non ricevono tempestivamente quelle terapie che hanno il massimo effetto quando sono praticate precocemente. Un altro aspetto di rilievo è rappresentato dal fatto che, in quasi la metà dei casi, l’infarto non è preceduto da sintomi anginosi nelle settimane o nei mesi precedenti e rappresenta quindi il primo evento del paziente. Ciò sottolinea l’importanza di sottoporre le persone che hanno fattori di rischio multipli a controlli approfonditi per escludere la presenza della malattia coronarica.

L’infarto del miocardio

Come si “localizza” l’infarto?

La topografia delle aree del cuore interessate dall’infarto dipende da quale delle tre coronarie principali è interessata dal “blocco” circolatorio. Se l’ostruzione è nella coronaria destra l’infarto interessa la parete inferiore del ventricolo sinistro e il ventricolo destro. In questi casi c’è un possibile coinvolgimento del nodo seno-atriale e di quello atrio-ventricolare (con elevato rischio di aritmie e blocchi della conduzione degli impulsi elettrici, visto che questi sono il fondamentale “pacemaker” naturale e la via di conduzione degli impulsi elettrici del cuore), e l’eventuale necessità di ricorrere al posizionamento di un pacemaker esterno temporaneo. Se si occlude la coronaria discendente anteriore l’infarto si localizza alla parete anteriore del ventricolo sinistro (il cosiddetto “infarto anteriore” che è il più frequente e purtroppo anche il più grave) con coinvolgimento del setto interventricolare. Se si blocca la circolazione nella coronaria circonflessa l’infarto si localizza alle pareti laterale e posteriore del ventricolo sinistro, con possibile coinvolgimento dell’atrio sinistro.