Per vincere l’infarto grave e lo shock cardiogeno occorre il lavoro di squadra

Il 75 per cento tra quanti hanno un infarto con shock cardiogeno supera il primo mese dopo l’episodio acuto se trattato da un team multidisciplinare. L’unione degli esperti nello “Shock Team” può salvare il cuore

Per vincere l’infarto grave e lo shock cardiogeno occorre il lavoro di squadra

“Sono i più malati tra i malati di cuore”. Così Iosif Taleb, dell’Università dello Utah Health, definisce le persone che vanno incontro a shock cardiogeno in seguito ad un infarto. Nonostante i grandi sviluppi della medicina, in tutto il mondo le percentuali di sopravvivenza dopo un mese per questi pazienti non superano il 50-60 per cento ad un mese dall’episodio, anche se ricevono il miglior trattamento. Eppure questa cifra può migliorare, aumentando la sopravvivenza dei malati, sia pure se il loro cuore ha avuto un danno molto ampio ed addirittura ha smesso di svolgere la sua funzione di “spinta” per rifornire di sangue gli organi del corpo e sé stesso. Come? Attraverso una presa in carico che sia la più rapida possibile – non dimentichiamo mai che il “tempo è muscolo” – e con un lavoro d’equipe che veda i superspecialisti decidere insieme i comportamenti da tenere in ogni singolo caso. La prova di questa osservazione viene da una ricerca condotta all’Ospedale Universitario di Salt Lake City, appunto nello Utah, coordinata da Stavros Drakos e pubblicata su Circulation. I risultati dell’indagine lasciano davvero stupiti, in senso positivo: se il malato viene trattato in modo multidisciplinare le possibilità di sopravvivenza possono salire fino al 75 per cento, sempre ad un mese. Lo shock cardiogeno fa quasi sempre seguito ad un infarto che interessa un’area significativa del cuore e porta all’incapacità del ventricolo di spingere il sangue destinato all’organismo. In genere si osservano tre situazioni principali: la pressione cala drasticamente, proprio per la mancanza dell’azione di pompa, i polmoni debbono cercare di aumentare il quantitativo di ossigeno destinato al corpo e quindi si hanno difficoltà respiratorie, i reni smettono di funzionare regolarmente e si producono quantità ridottissime di urina. Questa situazione è potenzialmente mortale se non si mettono in atto rimedi mirati, a volte anche con dispositivi che vicariano la funzione di spinta del sangue dei ventricoli.

L’equipe offre prestazioni migliori

Lo studio condotto negli Usa ha voluto proprio valutare la differenza tra il lavoro di un team multidisciplinare ed il classico approccio che vede ovviamente il cardiologo impegnato in prima linea. Nel centro ospedaliero della capitale dello Utah sono stati valutati 123 pazienti consecutivi con shock cardiogeno dopo l’infarto, tra il 2015 e il 2018: i dati ottenuti sono stati confrontati con quelli di 121 pazienti, con la stessa patologia. L’ipotesi di lavoro degli studiosi americani nasce dalla mancanza di linee guida dedicate all’approccio di questa condizione e per questo si è voluto puntare su un’organizzazione d’equipe che prevedesse la presenza di un cardiologo esperto nello scompenso cardiaco, di un cardiochirurgo, di un cardiologo interventista e di uno specialista di cure intensive. Lo “Shock Team” così costruito ha lavorato in costante contatto, prendendo con il parere dei diversi specialisti le decisioni caso per caso, sia in termini di impiego di strumenti esterni di supporto alla funzione cardiaca sia per quanto riguarda le opportunità di monitoraggio della situazione. Grazie a questo modello organizzativo si è migliorata, e in maniera sensibile come sopradescritto, la probabilità di superare il primo mese di vita per quanti hanno dovuto affrontare questa complessa situazione. Il tutto, va detto, solo in base alla presenza di competenze diverse, che pure non hanno modificato la velocità nei trattamenti rispetto a quanto avviene nelle cure standard. L’unione (di specialisti) può insomma fare davvero la differenza per il paziente.

 

(FM)