​Nella riabilitazione post-infarto bisogna curare anche la psiche

Studio australiano dimostra che stress, ansia e depressione rendono più complessa la ripresa fisica. occorre fare attenzione alle condizioni psicologiche nel post-infarto

​Nella riabilitazione post-infarto bisogna curare anche la psiche

Quando arriva un infarto, soprattutto nelle prime fasi dopo la lesione, la vita può cambiare perché l’attacco cardiaco può avere un impatto pesante non solo sul cuore, ma anche sulla psiche. Ed allora può diventare un problema psicologico anche seguire correttamente il percorso di riabilitazione fisica che permette di recuperare. Per questo è importante che il paziente riceva anche il necessario supporto psicologico, specie quando manifesta segni di depressione, ansia o stress che spesso fanno seguito ad un evento improvviso quale è appunto l’infarto. a lanciare il monito, dati alla mano, è una ricerca condotta in Australia e resa nota sulle pagine dell’European Journal of Preventive Cardiology in occasione della Giornata Mondiale per la Salute Mentale. Lo studio dimostra chiaramente che ci si trova in condizioni psicologiche difficili tende ad abbandonare i percorsi di riabilitazione cardiovascolare che tanto bene possono fare dopo un infarto, in termini di qualità di vita futura e prevenzione delle complicazioni a distanza. Angela Rao, che ha condotto lo studio e lavora all’University of Technology di Sidney, non ha dubbi in proposito: “i cardiopatici che convivono con la depressione sono più facilmente scoraggiati e senza speranza, il che riduce la loro capacità di gestire i sintomi – spiega l’esperta. Questo porta a minimizzare i successi e ad amplificare le debolezze, con la conseguenza che si riduce la loro motivazione all’esercizio e al completamento di un programma di riabilitazione cardiaca”. Se aggiungiamo che l’ansia di un nuovo evento cardiovascolare tende a rendere meno pronti all’attività fisica e che depressione ed ansia tendono a far chiudere in sé stessi riducendo le possibilità di informarsi sullo stile di vita da seguire, ecco che il rischio di non “superare” l’attacco cardiaco nel tempo diventa sempre più significativo.

Cosa dice lo studio

Secondo gli esperti, quindi, c’è il pericolo che le condizioni psicologiche possano impattare sul percorso riabilitativo e soprattutto sull’attenzione ai fattori di rischio come fumo, colesterolo e pressione alta, allentando la presa sulla prevenzione che è ancor più importante dopo un episodio cardiovascolare. E lo studio, che ha preso in esame la situazione dei pazienti seguiti in due ospedali della capitale australiana tra il 2006 e il 2017, lo conferma. In tutto sono stati sottoposti ad un questionario specifico il DASS-21, quasi 4800 soggetti. Una depressione da moderata a severa era presente nel 18 per cento dei pazienti, un’ansia significativa nel 28 per cento e il 13 per cento ha riferito una forte condizione di stress. Queste situazioni si sono riflesse direttamente sulla partecipazione ai programmi riabilitativi, con un abbandono molto più spiccato (per la depressione 24 per cento contro il 13 di chi non aveva problemi, per l’ansia 32 vs.23 per cento e per lo stress 18 vs. 10 per cento) dei percorsi stessi. Il tutto, ovviamente, in confronto a chi non aveva problemi. Consiglio pratico: non bisogna pensare solamente al corpo, anche dopo un infarto. ma bisogna tenere presenti sempre le condizioni psicologiche di chi affronta la riabilitazione perché questa abbia il massimo successo.

 

(FM)