Quando chiudere l’auricola per fronteggiare la fibrillazione atriale

Chi non può fare la classica terapia anticoagulante può avere bisogno dell’intervento “senza bisturi”. In Italia ogni anno circa un migliaio le persone trattate con questa tecnica

Quando chiudere l’auricola per fronteggiare la fibrillazione atriale

C’è una sorta di “sacca” nell’atrio sinistro del cuore. È molto piccola, normalmente non crea alcun problema. Ma nelle persone che soffrono di fibrillazione atriale, l’aritmia cardiaca più comune, può diventare una sorta di “bussolotto” entro cui il sangue che non scorre regolarmente proprio a causa del disturbo del ritmo tende a creare coaguli. E proprio questi coaguli possono diventare un pericolo per il cervello, risalendo verso i vasi che lo irrorano e determinando un ictus. Per questo si può procedere all’intervento di chiusura dell’auricola. “La chiusura dell'auricola per via percutanea è la più valida alternativa alla tradizionale terapia farmacologica anticoagulante in tutti quei pazienti che per vari motivi non possono assumerla. Si tratta di pazienti con precedenti emorragie gastrointestinali o con storia di emorragia cerebrale in corso di terapia anticoagulante, pazienti con ridotti valori di emoglobina e precedenti interventi coronarici che necessitano di una terapia antiaggregante associata – spiega Patrizia Noussan direttore della Cardiologia dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino. La procedura è indicata anche in pazienti candidati a terapia anticoagulante quando il rischio emorragico è elevato e le conseguenze di questa terapia potrebbero diventare fatali. Tutte le citate categorie di pazienti con problematiche complesse, possono beneficiare di un intervento che rappresenta l'unica possibilità per evitare l’ictus, che è il principale rischio in caso di aritmie come la fibrillazione atriale”.

La fibrillazione atriale è il più frequente disturbo del ritmo cardiaco: si calcola che circa il 3 per cento della popolazione sopra i 60 anni e una quota attorno al 12 per cento degli over 80 anni ne soffra. “E’ molto importante rendere il sangue più fluido poiché sono proprio i coaguli di sangue che si formano in questa sacca ad aumentare di 5 volte il rischio di ictus cerebrale – precisa l’esperta. Ovviamente la terapia anticoagulante orale è la prima terapia da iniziare, ma una quota rilevante di persone affette da fibrillazione atriale non può assumere gli anticoagulanti. In questi pazienti l'alternativa è quella di effettuare un intervento di chiusura dell'auricola per via percutanea al fine di evitare il ristagno del sangue e la formazione di trombi”.

Come si fa il trattamento?

Per effettuare l’intervento di chiusura dell’auricola si procede passando dalla vena femorale dove viene inserito un catetere (un sottile tubicino) che viene fatto avanzare attraverso i vasi sanguigni fino a raggiungere l’interno del cuore. Il medico tramite il catetere porta nell’interno del cuore un dispositivo (protesi) che viene poi posizionato all’imbocco dell’auricola in modo da chiuderla. Il dispositivo viene rilasciato e resterà nell’auricola sinistra permanentemente.  “L’intervento è minimamente invasivo ed il recupero è solitamente rapido e senza inconvenienti – spiega Giacomo Boccuzzi, responsabile del progetto cardiopatie strutturali dello stesso nosocomio piemontese. Molti pazienti vengono dimessi dall’ospedale entro 48 ore dalla procedura con l’indicazione a seguire la terapia antiaggregante per un periodo variabile di 1-6 mesi. Questa terapia potrà essere sospesa definitivamente soprattutto nei pazienti con rischio emorragico elevato. Il paziente viene successivamente monitorato con regolari visite di controllo”.  In Italia si effettuano ogni anno circa 989 procedure di chiusura dell’auricola.

 

(FM)