Funziona in Italia il “freddo” che cura la fibrillazione atriale

Uno studio pubblicato su International Journal of Cardiology valuta il peso dell’esperienza dei centri italiani: non incide sull’efficacia, ma può riflettersi sulla durata del trattamento e sulle complicanze

Funziona in Italia il “freddo” che cura la fibrillazione atriale

“Bruciare” un pugno di cellule con il freddo. Sembra una contraddizione, eppure la crioablazione, tecniche che impiega l’azione delle basse temperature per distruggere il nucleo di cellule che provocano la fibrillazione atriale, è sempre più una realtà diffusa in Italia. I vantaggi dell’ablazione a freddo, rispetto alle altre tecniche mirate a “spegnere” l’attività delle cellule che inducono l’aritmia, consistono in una riduzione significativa dei tempi dell’intervento, ad una minor incidenza di effetti collaterali e anche al fatto che il malato non necessità di sedazione profonda. La tecnica prevede l’introduzione di un palloncino che viene poi riempito con liquido refrigerante nell’atrio sinistro del cuore, in corrispondenza degli ingressi delle vene polmonari, frequentemente in causa nella fibrillazione. In pochi minuti tutta la circonferenza della vena che è a contatto con il palloncino subisce quindi una cicatrizzazione dovuta alla bassissima temperatura.  La fibrillazione atriale è l’aritmia sostenuta, ossia di lunga durata, che ritroviamo in maggior misura nei pazienti che trattiamo quotidianamente; molto spesso asintomatica, ma non per questo priva di rischi, comporta un aumento della mortalità, un rischio maggiore di ictus ischemico e di scompenso cardiaco. La terapia si basa sull’uso di anticoagulanti, di antiaritmici e sull’esecuzione di ablazione. Recentemente è stato pubblicato su International Journal of Cardiology uno studio italiano che prende in esame l’impatto dell’esperienza dei centri che praticano la crioablazione in Italia sui risultati della tecnica.

Cosa dice la ricerca?

“L’ablazione transcatetere è divenuta un trattamento comune per eliminare o ridurre la ricorrenza di fibrillazione atriale, e l’isolamento elettrico delle vene polmonari ne è l’obiettivo principale ed imprescindibile – spiega Giulio Molon, direttore dell’Unità di Aritmologia presso l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona). L’ablazione mediante isolamento elettrico delle vene polmonari ha dimostrato di essere più efficace dei farmaci antiaritmici nel mantenere il ritmo sinusale normale del cuore. Questo suo notevole successo, unito all’aumentare dei pazienti che soffrono di fibrillazione atriale, sta facendo crescere il numero di ablazioni che vengono eseguite in tutto il mondo. Tra le tecniche di ablazione comunemente usate, la crioablazione ha recentemente dimostrato di semplificarne e facilitarne l’esecuzione, permettendo l’accesso a questa terapia ad un numero maggiore di pazienti”.

I dati di una recente valutazione condotta in diversi Centri Cardiologici italiani che hanno adottato questa terapia ablativa sono stati usati per indagare si vi sia differenza nel risultato (libertà dalla fibrillazione atriale al monitoraggio) tra i pazienti trattati in centri con diverso volume di procedure, e quindi di esperienza. Si è quindi cercato di capire se la maggiore esperienza di un Centro rispetto ad un altro sia un fattore significativo per predire la buona riuscita dell’ablazione. “Sono stati considerati 860 pazienti suddivisi in quattro gruppi a seconda del volume di procedure effettuate dai singoli centri, dai meno esperti (gruppo 1) ai più esperti (gruppo 4). I risultati hanno dimostrato che nell'intera popolazione considerata i tempi medi di procedura e fluoroscopia (esposizione alle radiazioni)  sono risultati di 105 e 25 minuti, rispettivamente - riprende l’esperto. Il tempo medio di procedura scende drasticamente da 130 a 90 minuti con l'aumento dell'esperienza dei centri. In 47 (5.5%) pazienti ci sono state complicanze. All'aumentare dell'esperienza dei centri aumenta la percentuale di successo (da 94.3% a 98.9%), mentre c'è una tendenza alla riduzione delle complicanze (da 7.4% a 4.6%). Se consideriamo la libertà media da recidive di fibrillazione atriale, ossia la persistenza del risultato nel tempo, osserviamo che dopo 12 mesi è stata del 78.3% e dopo 18 mesi del 68.9%, ma senza che ci siano differenze legate alla diversa esperienza dei centri”.

 

(FM)