Pressione e glicemia sotto controllo per prevenire il blocco atrio-ventricolare

L’aritmia è molto diffusa, soprattutto tra gli uomini. Ipertensione e glicemia alterata a digiuno sarebbero i due fattori di rischio principali che si possono contrastare per ridurre i pericoli

Pressione e glicemia sotto controllo per prevenire il blocco atrio-ventricolare

Immaginate una sorta di linea ferroviaria, con i suoi scambi e le sue diramazione, che corre lungo una direttrice ben precisa. Se ad una stazione al centro del percorso il treno si trova bloccato in convoglio non potrà giungere alla stazione d’arrivo. Qualcosa di simile accade anche nel nostro cuore. Il flusso elettrico che regola i battiti scende progressivamente dall’alto verso il basso, dagli atri ai ventricoli, perché il ciclo di contrazione si compia completamente. Ma ci sono casi in cui il segnale che regola la normale contrazione delle camere cardiache non funziona a dovere e si “blocca” tra atri e ventricoli. Si sviluppa così il blocco atrio-ventricolare (tecnicamente definito compare blocco AV), che  deve essere prima riconosciuto e poi affrontato con un pace-maker che sia in grado di contrastare questa “incongruenza” elettrica. Fino a qualche tempo fa si pensava che tutto il problema fosse legato esclusivamente a fatti elettrici, ma ora una ricerca condotta all’Università di San Francisco pubblicata su Jama Network Open segnala che ci sarebbero due possibili fattori di rischio contrastabili con sane abitudini e trattamenti mirati quando necessari: l’ipertensione e l’innalzamento della glicemia, spesso legato ad incremento ponderale. Lo studio, coordinato da Gregory Marcus,ha preso in esame più di 6100 soggetti seguiti mediamente per venticinque anni, quindi per un periodo di tempo molto lungo. Ha concentrato l’attenzione sui soggetti che, valutando i data base dell’ospedale, hanno sviluppato un blocco atrio-ventricolare. Si è visto che i fattori di rischio per l’insorgenza di questa condizione sono estremamente precisi: alcuni di questi sono ovviamente “intoccabili”, come l’avanzare dell’età e il sesso maschile. Ma per altri si può fare qualcosa in termini di prevenzione: in particolare si è visto che l’ipertensione sistolica e l’incremento della glicemia a digiuno favorivano l’insorgenza della condizione, oltre ovviamente ad un pregresso infarto e allo scompenso cardiaco.

Ecco quanto “pesa” la prevenzione

I ricercatori americani segnalano nel loro lavoro come sia importante pensare non solo alla cura dell’aritmia, possibile grazie ad un pacemaker, ma anche e soprattutto alla prevenzione. E lo fanno snocciolando i dati relativi ai fattori di rischio modificabili, visto che in oltre il 50 per cento dei casi il blocco AV era “figlio” di ipertensione non corretta o glicemia elevata. In particolare, per ogni 10 millimetri di aumento della pressione arteriosa sistolica ha comportato un rischio maggiore del 22 per cento: l’aumento della glicemia a digiuno comporta un ulteriore rischio a salire. Il dato finale è che il 47 per cento dei blocchi AV nei pazienti osservati che hanno sviluppato la patologia aritmica sarebbe stato evitato controllando la pressione massima, e che più di un caso su dieci poteva non presentarsi con un occhio di riguardo (e conseguenti trattamenti farmacologici e non su misura) ai livelli di glicemia a digiuno. Insomma: prima di pensare all’impianto di un pacemaker, che pure diventa fondamentale quando occorre controllare i battiti alterati del cuore, si può anche pensare alla prevenzione. Ricordiamo sempre che il cuore è un muscolo involontario, con alcune caratteristiche uniche: riesce a far partire da solo gli impulsi della contrazione  e trasmetterli fino alla più periferica delle sue cellule. Tutto questo grazie ad un “centro direzionale” delle contrazioni che si chiama nodo del seno. Questo è un organo piccolo come un grano di miglio, che si trova nell’atrio destro, vicino al punto in cui sboccano le vene cave. In questo “granello” quasi invisibile ma tanto importante, quasi per miracolo, nasce in maniera del tutto autonoma lo stimolo alla contrazione che si propaga prima all’atrio, dando il via alla contrazione del miocardio in questa zona. Poi il “segnale” passa al nodo atrioventricolare, la “stazione” attraverso cui questa linea elettrica viene “smistata” ai ventricoli attraverso binari anatomicamente definiti. La linea infatti prosegue verso il basso nel fascio di His, che nasce dal nodo atrioventricolare e scende verso il basso biforcandosi presto in una branca sinistra ed una destra. Infine, con binari sempre più piccoli, i segnali scendono poi verso la parte più bassa dei due ventricoli. Come si può vedere il nodo del seno ed il nodo di His rappresentano le “basi” irrinunciabili dell’attività cardiaca. Se il primo non funziona non partono gli impulsi che daranno il via alla contrazione, mentre se il secondo, magari per una lesione, non lavora, “saltano” il collegamento e quindi il coordinamento tra l’attività degli atrii e quella dei ventricoli.

 

(FM)