Covid19, perchè è pericoloso per chi soffre di cardiomiopatia ipertrofica

Ricerca della Mayo Clinic svela i motivi per cui il virus sarebbe particolarmente temibile in chi fa i conti con questa patologia

Covid19, perchè è pericoloso per chi soffre di cardiomiopatia ipertrofica

Che le persone con malattie cardiache siano a particolare rischio in caso di infezione da Sars-CoV-2 è dimostrato dai fatti. Oltre all’età, infatti, proprio le malattie cardiovascolari rappresentano un elemento che favorisce i pericoli di andare incontro a complicazioni legate al quadro. E si sa anche che la patologia si sviluppa anche attraverso alterazioni della coagulazione indotte dal virus e dall’infiammazione, che in qualche modo facilitano la formazione di trombosi ed embolie a carico di diversi vasi. Ci sono tuttavia altri possibili meccanismi che debbono far riflettere, soprattutto in caso di patologie specifiche come la cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva. Su questo fronte un’interessante novità giunge dagli scienziati della Mayo Clinic coordinati da Michael Ackermann, che su Mayo Clinic Proceedings hanno spiegato i motivi che rendono chi soffre di questa patologia, per fortuna non particolarmente frequente, particolarmente a rischio di andare incontro a forme severe dell’infezione. Tutto sarebbe da ricercare nel fatto che in caso di malattia aumenta la produzione della proteina ACE2. Quando questa proteina è presente a valori più elevati, come appunto accadrebbe in chi soffre della patologia, il virus in pratica trova una porta “spalancata” per entrare nelle cellule perché proprio ACE2 è la serratura che ne facilita l’accesso. Quindi in caso di patologia il divampare dell’infezione potrebbe risultare maggiormente significativo. Per giungere a questa conclusione gli scienziati americani hanno preso in esame campioni di tessuto cardiaco prelevato nel corso di un intervento chirurgico in oltre cento pazienti con cardiomiopatia di questo tipo, valutandone le differenze con prelievi effettuati da persone che avevano donato gli organi. Stando alla ricerca, ci sarebbe un’espressione cinque volte maggiore della proteina ACE2 in chi soffre di cardiomiopatia ipertrofica ostruttiva.

Una patologia da conoscere

La cardiomiopatia ipertrofica, in molti casi, non viene nemmeno riconosciuta perché decorre senza sintomi particolari. Interessa ugualmente maschi e femminie. Quando presenta segni questi si possono manifestare in diversi modi, in base al coinvolgimento del tessuto cardiaco che diventa più “spesso” in termini di dimensioni. A volte le manifestazioni sono legate ad improvvisa ed inspiegabile aritmie, in altri casi ci può essere una difficoltà del sangue ad uscire correttamente dal ventricolo sinistro, da cui poi attraverso l’aorta si diffonde in tutto il corpo: in questi casi, visto il calo dell’afflusso al sangue al cervello, possono comparire vertigini e soprattutto svenimenti. Va anche detto che nelle forme più gravi può dar luogo anche a crisi ischemiche del cuore legate a deficit della microcircolazione e a un vero e proprio scompenso cardiaco. Il meccanismo attraverso cui si crea la malattia è semplice: se il ventricolo sinistro si ispessisce e perde progressivamente la sua elasticità, al suo interno c’è minor spazio per ricevere il sangue ossigenato da inviare nel corpo. Così si possono verificare i segni classici dello scompenso, dall’affanno al gonfiore delle caviglie.  La forma studiata dagli scienziati della Mayo Clinic è quella definita ostruttiva. In questa condizione in pratica tende ad ispessirsi sempre più la parete divisoria che esiste naturalmente tra ventricolo destro e sinistro, con conseguente calo della quantità di sangue emessa da quest’ultimo. Inoltre si può alterare la valvola mitralica, che non funziona a dovere. La patologia può essere spesso legata ad un meccanismo genetico.

 

(FM)