Così si ammala il cuore nella talassemia

L’accumulo di ferro nell’organo può essere controllato, ma occorre un monitoraggio preciso. Nel futuro si spera nella terapia genica

Così si ammala il cuore nella talassemia

L’emoglobina trasporta l’ossigeno in tutto l’organismo. Ed è ovvio che se questa componente del globulo rosso non si forma regolarmente, la persona va incontro ad anemia. Questa situazione è comunque alle sindromi talassemiche, patologie che caratterizzate da un’alterata produzione emoglobina e di conseguenza una anemia variabile che può comportare nella forma più grave, detta Talassemia Major o Talassemia-Trasfusione Dipendente, il ricorso alla dipendenza dalla trasfusione fin dai primi mesi di vita.   In Italia ci sono oltre 5.000 persone affette dalla beta-talassemia major, che va trattata con trasfusioni ripetute e farmaci che “portino via” il ferro che si accumula nei tessuti. “Questi pazienti, per sopravvivere, devono effettuare trasfusioni di sangue continue e regolari che provocano un eccessivo accumulo di ferro nel corpo, con conseguenti danni agli organi vitali – spiega Gianluca Forni, Presidente della Site (Società Italiana Talassemie ed Emoglobinopatie). Questo accumulo può essere contrastato attraverso farmaci che il malato assume cronicamente, con potenziali effetti collaterali che possono influire negativamente sulla qualità della vita del paziente. Grazie ai progressi delle cure l’80 per cento dei pazienti ha raggiunto un’aspettativa di vita che supera i 40 anni”. Insomma: il troppo ferro è nemico del cuore. La Talassemia major si manifesta in condizioni di omozigosi o doppia eterozigosi con assente o insufficiente produzione delle catene beta dell’emoglobina ed i pazienti adulti necessitano. di circa 2 sacche di globuli rossi ogni 2-3 settimane. Ogni sacca contiene circa 250 milligrammi di ferro. Si calcola che siano sufficienti circa 9 grammi di ferro per raggiungere la saturazione dei sistemi di deposito e di trasporto del ferro (transferrina e ferritina) ed il nostro organismo non è in grado di eliminare il ferro in eccesso che diventa tossico per organi ed apparati. I pazienti vanno rapidamente incontro a quadri di severo sovraccarico marziale con interessamento del cuore, del fegato e del sistema ormonale.

Cosa succede al cuore?

“Nei pazienti talassemici, al contrario di quello che accade nei soggetti normali in condizioni di anemia cronica, si sviluppa un quadro di sindrome ipercinetica caratterizzata da alta portata con resistenze vascolari periferiche aumentate – precisa Giorgio Derchi, cardiologo presso la Iclas di Rapallo. In caso di eventi avversi di varia natura (infezioni, iper o ipoglicemia, alterazioni della funzionalità della tiroide) l’equilibrio cardiovascolare può essere rapidamente compromesso con quadri di scompenso congestizio e bassa portata e sviluppo di ipertensione polmonare. In condizioni di terapia emotrasfusionale corretta e di adeguata ferrochelazione, come accade nei pazienti delle coorti più giovani, l’incidenza di eventi mortali cardiovascolari secondaria agli effetti tossici del ferro libero è praticamente azzerata. Nei pazienti più anziani e più complessi sta emergendo la complicanza dell’ipertensione polmonare, caratterizzata da severa limitazione funzionale e possibile evoluzione in scompenso e morte se non adeguatamente trattata”. Sia chiaro: i farmaci che “portano via” il ferro, assumibili per via orale, ha cambiato la situazione con una netta riduzione della mortalità cardiovascolare perché ha reso reversibile la cardiomiopatia da sovraccarico del minerale. “L’importante è arrivare alla diagnosi corretta: i miglioramenti della diagnostica non invasiva, come l’ecocardiografia e la Risonanza magnetica hanno molto aiutato i clinici in questo senso – conferma Derchi”. In particolare la risonanza magnetica (RM) si è dimostrata estremamente utile nella valutazione del sovraccarico di ferro miocardico ed epatico con lo sviluppo di sequenze dedicate (T2*) che identificano con grande accuratezza quantitativa i vari gradi di sovraccarico.  Valori bassi di T2* (<10 ms ) identificano pazienti a rischio elevato di eventi cardiaci avversi. Il controllo periodico dei valori di sovraccarico marziale miocardico ed epatico con la RM consente l’ottimizzazione della terapia chelante e la scelta tra varie strategie terapeutiche. Sia la risonanza che l’ecocardiografia sono state incluse nelle linee guida di trattamento dei pazienti che richiedono trattamento emotrasfusionale cronico unitamente alla valutazione dei volumi, della massa e della capacità di movimento delle aree del cuore.

Le cure del futuro

Quando non è possibile effettuare il trapianto di midollo da donatore come trattamento definitivo del quadro, la speranza di una cura passa attraverso le speranze offerte dalla terapia genica, che potrà avere spazio nelle forme gravi della malattia. Lo fa pensare l’approccio messo a punto da Bluebird Bio, che consiste nell’introdurre copie funzionali del gene della beta-globina nelle cellule staminali del paziente allo scopo di ripristinare la produzione di globuli rossi sani, con il potenziale di ridurre o eliminare la necessità di trasfusioni. “Attualmente sono due gli studi clinici in corso in Italia presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma su pazienti con beta-talassemia trasfusione dipendente – spiega Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia Pediatrica e Terapia Cellulare e Genica del nosocomio pediatrico romano.  La terapia genica in questi pazienti costituisce, analogamente al trapianto allogenico di cellule staminali, un approccio curativo, senza avere un donatore compatibile e dal rischio di complicazioni immunologiche che si accompagnano al trapianto emopoietico.  Il principio della terapia genica consiste nell’introdurre nelle cellule malate dei pazienti una copia sana del gene difettoso.  Nel caso della talassemia major (appunto la forma più grave), il gene in questione è quello della beta-globina umana. Questo processo si ottiene “infettando” (in termine tecnico “trasducendo”) le cellule del soggetto malato attraverso un virus inattivato, e quindi privato del suo potere dannoso per l’uomo, appartenente alla famiglia dei lentivirus. Attraverso tecniche sofisticate di bioingegneria cellulare, questo gene viene integrato nel DNA delle cellule emopoietiche proprie del paziente. Questo processo permette di ottenere, nella cellula geneticamente corretta, la sintesi della catena beta-globinica che, di conseguenza, permetterà di formare compiutamente la complessa molecola dell’emoglobina”.

 

(FM)