Cure per Covid-19 e sindrome del QT lungo, le raccomandazioni della Società Italiana di Cardiologia

I trattamenti farmacologici vanno monitorati con attenzione sul fronte cardiaco: attenzione al tratto QT dell’elettrocardiogramma

Cure per Covid-19 e sindrome del QT lungo, le raccomandazioni della Società Italiana di Cardiologia

Il messaggio è per i medici. Ma è interessante per tutti, considerando come la Covid-19 può avere effetti sul cuore e sulla circolazione. La Società Italiana di Cardiologia (SIC) in un documento destinato ai professionisti firmato da Ciro Indolfi, Presidente della SIC, e Peter J.Schwartz, Direttore Centro Aritmie Genetiche dell’Istituto Auxologico di Milano, segnala l’importanza delle potenziali interazioni farmacologiche delle terapie utilizzate nei pazienti Covid-19 per poter valutare correttamente, caso per caso, i rischi che potrebbero essere legati all’infezione e soppesarli con quelli che invece potenzialmente potrebbero essere correlati all’impiego dei farmaci impiegati per affrontare il Sars-Cov2-19. Gli esperti puntano l’attenzione soprattutto sulle associazioni tra idrossiclorochina e azitromicina e tra lopinavir e ritonavir: questi medicinali possono avere diversi effetti sul cuore ed in particolare allungare significativamente l’intervallo QT dell’elettrocardiogramma, influendo sul possibile instaurarsi della sindrome omonima. Inoltre la possibile presenza di diarrea che si rivela in molti pazienti e può anche essere correlata dai farmaci antivirali potrebbe potenziare l’effetto potenziale aritmogeno del prolungamento dell’intervallo QT, con la possibile comparsa di aritmie potenzialmente gravi.

Cos’è la sindrome del QT lungo

La sindrome del QT lungo colpisce, in base alle stime, un neonato ogni 2.500. Anche se può essere del tutto silente i sintomi più comuni sono in genere palpitazioni e svenimenti, che possono manifestarsi durante l’attività fisica o essere collegati a uno stress emotivo. Il termine è legato all’intervallo QT dell’elettrocardiogramma che indica la durata del periodo di ripolarizzazione cardiaca che rappresenta il ritorno allo stato di riposo della cellula: nei soggetti colpiti dalla patologia il processo richiede un tempo più lungo rispetto alla norma, e questo rende il cuore vulnerabile ad aritmie potenzialmente molto gravi. Esistono due varianti della malattia, una acquisita, che potrebbe essere proprio quella che in qualche modo viene “stimolata” dai medicinali usati per combattere il coronavirus, e una presente fin dalla nascita, di tipo ereditario. Gli studi di Schwartz in questa patologia, da decenni, sono all’avanguardia nel mondo. Dopo aver creato con Arthur Moss il Registro internazionale sulla sindrome del QT lungo, lo studioso si è dedicato alla ricerca consentita dallo studio genetico. “La possibilità di studiare il DNA in una sindrome che ha chiare caratteristiche genetiche ha aperto enormi possibilità – dice Schwartz. Una volta scoperta la mutazione di un paziente è ora possibile studiare in pochi giorni la sua intera famiglia e scoprire spesso che ci sono familiari con un ECG quasi normale ma portatori della stessa mutazione e quindi a rischio di gravi aritmie. In base ai geni coinvolti, ci sono tre forme principali di sindrome del QT lungo; i fattori che scatenano l’arresto cardiaco sono specifici per questi 3 geni. Per esempio, in una forma l’arresto cardiaco avviene soprattutto durante sforzi intensi o grandi emozioni, mentre in un’altra specialmente dopo rumori improvvisi (suono della sveglia o di un telefono), soprattutto al risveglio. Questa conoscenza ci aiuta a sviluppare una strategia di protezione gene-specifica”. La ricerca va avanti, giorno dopo giorno. E non solo in tempo di Covid-19.

 

(FM)