In arrivo un nuovo farmaco per l’ipercolesterolemia familiare omozigote

La forma è rara ma può portare a livelli elevatissimi di colesterolo nel sangue. Un anticorpo monoclonale ha dimostrato efficacia negli studi clinici, associato alle terapie comuni

In arrivo un nuovo farmaco per l’ipercolesterolemia familiare omozigote

Quando pensiamo al colesterolo, subito il pensiero corre all’alimentazione e alla necessità di seguire l’alimentazione mediterranea. Ma non sempre ci ricordiamo che esistono casi in cui l’aumento del colesterolo cattivo, quello definito LDL, nasce direttamente da un’alterazione “scritta” nel Dna dell’individuo. In questi casi si parla di ipercolesterolemia familiare, patologie che si può presentare in due forme diverse in base all’incontro dei geni dei genitori. La forma eterozigote, che si osserva quando si eredita solo un gene alterato, in media interessa una persona ogni 500 nati. Quella omozigote, molto più grave, per fortuna è anche più rara: le stime parlano di un caso ogni milione di nati vivi. Nella forma eterozigote è presente una lesione genetica a carico di uno di questi geni (più frequentemente su quello che specifica come costruire il macchinario che cattura il colesterolo cattivo) mentre comunque è presente un gene di scorta che funziona correttamente; nella forma omozigote i difetti sono in pratica “doppi”, compromettendo seriamente le capacità dell'organismo di gestire il colesterolo. Affrontare questa seconda forma è una delle sfide più complesse per chi si occupa di patologie del metabolismo lipidico ed in questo senso va segnalato qualche progresso. In particolare un anticorpo monoclonale chiamato evinacumab ha dimostrato di ridurre significativamente (siamo ancora in fase di ricerca clinica) il colesterolo LDL nelle forme omozigoti della patologia. Il medicinale legandosi ad una particolare proteina chiamata ANGPTL3 arriverebbe a ridurre i valori dei grassi nel sangue.

I risultati della ricerca clinica

Le incoraggianti osservazioni arrivano da uno studio denominato ELIPSE HoFH, che ha preso in esame 65 persone (età media 42 anni) con ipercolesterolemia familiare omozigote, che attualmente vengono regolarmente tratti con una sorta di “lavaggio” del sangue, la cosiddetta aferesi che ripulisce dalle particelle LDL. L’anticorpo monoclonale in sperimentazione è stato somministrato in un terzo dei soggetti attraverso flebo ogni 4 settimane, in aggiunta ai farmaci impiegati per ridurre il colesterolo come le statine, gli anticorpi monoclonali come evolocumab e alirocumab, o ezetimibe. Dopo sei mesi di terapia si è osservato, rispetto al gruppo placebo, un calo del 47 per cento del colesterolo LDL, oltre che una riduzione del colesterolo totale senza impatto sulle HDL (colesterolo buono). Sul fronte degli effetti collaterali, questi non sono stati particolarmente significativi in termini percentuali rispetto al placebo. Al momento, la ricerca è ancora in fase avanzata e negli Usa si punta ad avere il farmaco disponibile nel prossimo futuro per questi pazienti rari, anche se occorrerà comprendere bene quale sarà il costo finale del farmaco una volta che arriverà in commercio. L’anticorpo monoclonale in studio agisce in modo diverso rispetto ai primi farmaci biotecnologici dedicati all’abbassamento del colesterolo. Questi farmaci bloccano il PCSK9, una proteina che controlla il numero dei recettori per il colesterolo sulla superficie delle cellule epatiche. In pratica, il blocco della proteina PCSK9 consente alle cellule del fegato di avere un maggior numero di recettori, che catturano grandi quantità colesterolo dal sangue. Il colesterolo portato dentro la cellula epatica viene eliminato. Con questi farmaci si può quindi ridurre il colesterolo LDL di un ulteriore 60 per cento rispetto alle sole statine, giungendo quasi sempre all’obiettivo. Ovviamente nelle forme omozigoti del difetto genetico la situazione è più complessa.

 

di Federico Mereta