Così si calcola il pericolo per il cuore nella persona con HIV

Oggi l’infezione si può curare, ma nel tempo le persone sieropositive possono sviluppare un maggior rischio di malattie cardiovascolari. Un documento americano aiuta a capire come comportarsi

Così si calcola il pericolo per il cuore nella persona con HIV

Il trattamento dell’infezione da virus HIV rappresenta uno dei maggiori successi per la moderna medicina. La patologia è stata scoperta agli inizi degli anni 80 del secolo scorso e già verso la fine del 1900 si è arrivati ad una terapia antiretrovirale efficace, che, anche grazie al costante apporto di nuovi farmaci, ha permesso di cronicizzare la condizione. Tuttavia, pur se oggi una persona sieropositiva nella stragrande maggioranza dei casi ha un’aspettativa di vita sovrapponibile a quella di un coetaneo che non ha contratto il virus, può esistere in questa popolazione un rischio maggiore di alcune patologie croniche, prime tra tutte quelle cardiovascolari. In particolare, come segnala un documento americano sul tema coordinato da Matthew J. Feinstein, della Northwestern University di Chicago pubblicato su Circulation, chi è affetto da HIV avrebbe un rischio almeno doppio di infarto, ictus ischemico, scompenso cardiaco e ipertensione polmonare, sempre in confronto ad un suo pari-età che non ha contratto l’infezione. cCome si spiega questa tendenza? Sicuramente non è possibile definire un solo elemento in grado di chiarire il quadro. Incidono probabilmente le particolari condizioni immunitarie e la tendenza all’infiammazione indotta dalla presenza del virus, pur se la terapia può farlo “scomparire” dal sangue, così come anche alcuni farmaci impiegati in trattamento possono influire su alcuni fattori di rischio cardiovascolari classici, come ad esempio la dislipidemia, oppure impattare sul metabolismo. Sicuramente, infine, possono contribuire a questo incremento di rischio anche altri fattori, come segnalato dal documento americano: ad esempio il fumo e gli eccessi di alcol possono essere presenti così come una scarsa attività fisica (si tratta di abitudini da modificare in tutti i casi, e non solo per chi è HIV-positivo), così come possono avere impatto le difficoltà di accesso alle cure o l’aderenza alle terapie.

Cuore e vasi da proteggere

Secondo gli autori del documento americano è fondamentale che questa sfida venga vinta con una specifica valutazione del rischio cardiovascolare nei soggetti in trattamento per infezione da virus HIV. Il punto di partenza, così come accade anche in Italia con le Carte del Rischio messe a punto e proposte dall’Istituto Superiore di Sanità, deve essere la definizione di un punteggio specifico per ogni soggetto, che sia in grado di definire il rischio a 10 anni di andare incontro ad infarto o ictus. Attenzione però: nelle persone con HIV il risultato della valutazione dei fattori di rischio andrebbe interpretato con grande attenzione e dovrebbe comprendere anche elementi direttamente correlati all’infezione virale. Qualche esempio? Vanno considerati anche un basso numero dei CD4 (i linfociti che calano in seguito all’infezione virale) o una viremia (cioè l’identificazione del virus nel sangue stesso) che si mantiene per tempi prolungati, così come la presenza in famiglia di casi di malattie cardiovascolari su base aterosclerotica o patologie renali croniche già in giovane età. Si tratta solamente di indicazioni generali, così come appare nel documento, ma che vanno comunque prese nella dovuta considerazione da parte del medico. Fondamentale, a detta degli esperti, è che in futuro si presti sempre maggior attenzione alla salute cardiovascolare delle persone con HIV per modificare la tendenza al rischio e che ci si concentri anche sugli anziani. Oggi in tre casi su quattro le persone che hanno contratto il virus hanno più di 45 anni e spesso, soprattutto dopo I 60 anni, presentano quadri di comorbilità del tutto simile a quelli della popolazione generale. Per questo, oltre a combattere lo stigma che potrebbe portare queste persone a chiudersi, conviene sempre ricordare che spesso debbono assumere diversi trattamenti e un elevato numero di farmaci, con possibili ripercussioni in termini di aderenza.

 

(FM)