Covid-19, netto calo di prestazioni al cuore senza “aprire” il torace

L’allarme lanciata dalla Società Italiana di Cardiologia Interventistica. Interventi non urgenti ridotti anche dell’80 per cento

Covid-19, netto calo di prestazioni al cuore senza “aprire” il torace

Inspiegabile. Ma vero. Lo dicono i numeri. Pur se si sono comunque effettuate le prestazioni in emergenza, certi trattamenti potenzialmente differibili  da effettuare in sala di emodinamica durante il lockdown legato a Covid-19 sono letteralmente crollati. E non solo per i logici problemi organizzativi, ma anche – e questo è meno spiegabile – per la paura dei pazienti di entrare in ospedale. A ricordarlo è Giuseppe Tarantini, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Interventistica. “Una nostra survey sulle 269 Emodinamiche italiane che svolgono procedure di interventistica strutturale – spiega Tarantini - ha confermato nei mesi di marzo e aprile 2020 una netta riduzione rispetto allo stesso periodo del 2019: per la sostituzione valvolare aortica transcatetere TAVI -72 per cento, per la clip mitralica -80 per cento, per la chiusura auricola sinistra -91 per cento e per quella del forame ovale pervio – 97 per cento”. Sia chiaro: la “tempesta” creata sul sistema sanitario dalla diffusione del virus Sars-CoV-2 e la necessità di rivedere le strutture per fornire l’assistenza a chi manifestava quadri clinici particolarmente complessi legati all’infezione ha avuto ovviamente un impatto sulle capacità della cardiologia di rispondere attraverso questo tipo d’interventi. Ma ora bisogna recuperare.  “In tempo di Covid-19 – segnala Tarantini - sono state differite le operazioni non in emergenza, comprese quelle in persone, mediamente anziane, con una malattia del cuore cosiddetta strutturale. Se tale condizione, spesso associata a una comorbidità, può comportare un rischio maggiore di esiti avversi da Covid-19, un ritardo nell'intervento strutturale al cuore può essere davvero letale. Il crollo delle procedure transcatetere è stato causato dal differimento delle procedure elettive da parte degli ospedali ma anche dal rifiuto di ricovero da parte dei pazienti, spaventati da una possibile infezione ospedaliera da Covid-19 (46,1 per cento). Eppure in tutti i centri di riferimento per il trattamento invasivo delle patologie cardiovascolari sono stati individuati protocolli di sicurezza e percorsi differenziati tra pazienti in cui vi è un sospetto o una confermata infezione da Covid-19 e pazienti non contagiati”. 

Sempre più interventi sulle valvole

“I dati del 2019 – riferisce Battistina Castiglioni, Membro dell’esecutivo del GISE e Responsabile dei dati di attività – confermano un incremento del numero di procedure in Italia sia in ambito coronarico che soprattutto strutturale. Lo scorso anno le emodinamiche italiane hanno garantito più di 160.000 angioplastiche coronariche, 38.116 in corso di infarto acuto e 55.776 in corso di sindrome coronarica acuta. 8.284 le procedure di sostituzione della valvolare aortica transcatetere (TAVI), 1.224 le riparazioni mitraliche percutanee, 1.146 chiusure percutanee dell’auricola sinistra. Una pratica clinica che evidenzia un sottodimensionamento rispetto al bisogno di salute della popolazione italiana. L'età media delle persone trattate con TAVI, 82 anni, riporta l'attenzione sulla necessità di riprendere in modo adeguato le procedure, ridotte in corso di emergenza, per garantire la terapia di pazienti ad alto rischio e fragili, ora che la disponibilità di letto in terapia intensiva non rappresenta più una criticità”.  Insomma: bisogna ora programmare bene quanto ci aspetta domani, ora che la prevalenza del virus è in netto calo. Secondo Tarantini, “la situazione va tempestivamente corretta per evitare ulteriori ritardi nella diagnosi e nelle cure delle patologie cardiovascolari con drammatiche ripercussioni su mortalità e morbidità dei pazienti in lista di attesa. Secondo l’ultimo rapporto Nomisma, per un intervento programmato di angioplastica coronarica, per il quale l’attesa media nazionale si aggira intorno ai 20/25 giorni, si dovranno attendere quattro mesi. Serve un piano organico di ripartenza, per garantire percorsi di cura sicuri, incremento posti letto, attivazione acquisti di prestazione congrui, a tutti i pazienti elettivi che necessitano di cure cardiologiche ambulatoriali o in ricovero”.