Funzionano le “mollette” per riparare la valvola mitrale negli anziani

Il trattamento si chiama Mitraclip e ha precise indicazioni. La sicurezza dell’approccio, nel tempo del ricovero, confermata in uno studio Tedesco apparso su Eurointervention

Funzionano le “mollette” per riparare la valvola mitrale negli anziani

L’insufficienza della valvola mitrale del cuore è un evento particolarmente comune nella terza età ed interessa più o meno una persona su dieci sopra i 75 anni. La condizione patologica del cuore è legata al cattivo funzionamento della valvola mitralica, che ha il compito di controllare il flusso del sangue tra l’atrio e il ventricolo sinistro. Quando questa valvola non si chiude a dovere dopo il passaggio del sangue, si può avere una sorta di “reflusso” che sovraccarica ulteriormente di lavoro il ventricolo. Oltre al classico intervento chirurgico, negli ultimi tempi si è fatta strada l’ipotesi della terapia non invasiva, basata su speciali “mollette” che consentono alla valvola di chiudersi correttamente. Lo specialista, senza ricorrere alla chirurgia tradizionale, in questo caso applica appunto delle speciali “mollette” sui bordi della valvola, mantenendoli ben fissi nella loro posizione. Per posizionare la molletta occorre passare con una sonda attraverso un vaso della gamba, per poi giungere fino al cuore e realizzare il trattamento. Il tutto, ovviamente, senza tagli esterni. L’intervento si chiama “Mitraclip” ed ora viene nuovamente chiarita la sua utilità grazie al più grande studio condotto sulla metodica e pubblicato su Eurointervention. La ricerca è stata coordinata dal Centro di Cardiologia dell’Università di Mainz, in Germania, ed ha preso in esame quasi 14.000 trattamenti.

I risultati dello studio

Il trattamento con Mitraclip è in continuo aumento in Germania, paese in cui questa metodica viene particolarmente utilizzata. Si è passati da poco più di 800 casi nel 2011 fino a poco meno di 5000 nel 2015, e in seguito la crescita è stata quasi esponenziale. L’importanza di questo studio sta nel numero di pazienti coinvolti, visto che le ricerche precedenti consideravano al massimo poco più di mille soggetti. Stando a quanto riporta la ricerca, il tasso di complicazioni nel periodo del ricovero sarebbe estremamente basso, ma occorre considerare l’importanza di alcuni potenziali fattori prognostici che possono caratterizzare negativamente il successo del trattamento come lo scompenso cardiaco, l’infiammazione del pericardio, l’embolia polmonare o l’ictus. Secondo gli autori della ricerca oggi si può dire che il trattamento, nonostante siano notevolmente aumentati gli impieghi della metodica, si può considerare un’opzione terapeutica che può essere impiegata non solo nei pazienti inoperabili chirurgicamente, ma in una popolazione più ampia.