Come “chiudere” senza bisturi la strada patologica nel cuore dei prematuri

In corso a Milano l’International WorkShop on Interventional Pediatric and Adult Congenital Cardiology. Importanti prospettive nel trattamento del dotto di Botallo

Come “chiudere” senza bisturi la strada patologica nel cuore dei prematuri

Correggere senza il classico intervento chirurgico i difetti congeniti – e non solo – del cuore. Sempre più la tecnologia va a sostituire il classico bisturi, sempre fondamentale in alcuni casi, per “sistemare” i problemi dei più piccoli. Lo provano gli esperti presenti all’IRCCS Policlinico San Donato per un importante appuntamento internazionale dedicato al trattamento delle cardiopatie congenite. L’appuntamento è organizzato dal Centro diretto dal professor Mario Carminati presso l’IRCCS Policlinico San Donato, che è ai vertici mondiali per le procedure relative alle malformazioni congenite del cuore: realizza oltre 500 interventi all’anno su bambini e adulti. Sotto la lente di ingrandimento degli esperti, in particolare ci sono le cardiopatie congenite, malformazioni anatomiche del cuore dovute a un incompleto o non corretto sviluppo cardiaco durante la vita dell’embrione o del feto. Si riscontrano circa nel 7 per mille dei nati vivi, con uno spettro molto ampio per gravità e tipologie. Pur se presenti fin dalla nascita, non tutte sono clinicamente evidenti e possono manifestarsi tardivamente. I progressi in campo diagnostico e interventistico raggiunti negli ultimi trent’anni consentono oggi nella grande maggioranza dei casi la correzione della cardiopatia, sia nel bambino, sia nell’adulto. L’attenzione si concentra in particolare sul dotto di Botallo, che normalmente si chiude con l’inizio della respirazione autonoma del bambino o comunque nelle primissime ore di vita. Può rimanere aperto nel 6-10 per cento dei nati a termine e nel 40 per cento dei nati prematuri generando condizioni critiche soprattutto in questi ultimi. Come? Sotto forma di passaggio di sangue dall’aorta all’arteria polmonare e quindi difficoltà di respirazione a causa di un aumento del flusso sanguigno ai polmoni. La chiusura del dotto di Botallo può essere quindi un passo fondamentale nel recupero di un bambino nato con dotto arterioso pervio.

Le tecniche del futuro

Attualmente, per questi piccolissimi pazienti prematuri vi sono opzioni terapeutiche farmacologiche o il ricorso alla chiusura del dotto tramite cardiochirurgia, ma si tratta nel primo caso di una soluzione transitoria e nel secondo di una possibilità molto rischiosa e non sempre praticabile. Stanno per arrivare nuove tecnologie, attualmente disponibili negli USA, che offrono nuove opportunità di trattamento rispetto al passato. I dati dello studio clinico hanno dimostrato hanno dimostrato una chiusura sicura ed efficace del dotto arteriosa pervio nei pazienti con un peso maggiore di 700 grammi. Come nasce il Dotto di Botallo? Finché il feto è nell’utero materno, i polmoni sono inattivi perché è la mamma che invia l’ossigeno attraverso la placenta e i vasi del cordone ombelicale. Così il sangue passa dalla parte destra del cuore a quella sinistra attraverso due aperture, il dotto di Botallo che in pratica fa passare il sangue non ossigenato dall’arteria polmonare direttamente nell’aorta, da cui poi viene immesso in tutto l’organismo, e il forame ovale, che collega i due atri, le camere cardiache più alte. Alla nascita il gioco di pressione fa progressivamente chiudere il dotto di Botallo, ma ci sono casi in cui questo fenomeno naturale non avviene. In queste condizioni il dotto di Botallo rimane aperto: questa condizione è presente mediamente in un bambino ogni duemila ed è particolarmente frequente nei nati prematuri. In genere, attraverso i normali controlli che si effettuano nei primi anni di vita, questo problema viene identificato. E trattato di conseguenza. 

 

(FM)