Un ombrellino per chiudere i sensi “vietati” nel cuore

Grazie alle tecniche interventistiche, oggi è possibile affrontare malformazioni del cuore attraverso un “ombrellino” che viene aperto in prossimità delle zone di collegamento anomale. A volte i problemi, pur se presenti da sempre, vengono scoperti da adulti.

Un ombrellino per chiudere i sensi “vietati” nel cuore

La circolazione all’interno del feto che si sviluppa nell’utero materno, con gli organi in formazione, è diversa da quella del neonato. Durante la vita fetale esiste un “tubicino”, il dotto di Botallo, che mette in comunicazione l’arteria polmonare con l’aorta: per tutta la gestazione è la placenta della mamma a provvedere all’ossigenazione del sangue e non i polmoni del bambino. Il dotto, quindi, permette al sangue di “saltare” questi organi e di raggiungere direttamente il resto del corpo. Alla nascita, nel momento in cui ha inizio la funzione respiratoria, il dotto inizia a chiudersi spontaneamente ed entro le prime 72 ore, o più raramente entro le prime settimane di vita, la sua chiusura è completa. Tuttavia nel 6-10 per cento dei nati a termine e in circa il 40 per cento dei nati prematuri il dotto rimane aperto, facendo passare il sangue dall’aorta all’arteria polmonare. Questo porta ad un sovraccarico di lavoro del cuore e se le dimensioni del dotto sono grandi anche ad un aumento della pressione in arteria polmonare. Il maggior flusso polmonare, associato a una maggior pressione di perfusione, predispone allo sviluppo relativamente precoce della malattia vascolare polmonare.
In genere, attraverso i normali controlli che si effettuano nei primi anni di vita, il problema viene identificato. In alcune circostanze, tuttavia, questa condizione che rappresenta la seconda cardiopatia congenita per diffusione, non viene individuata e si riconosce nella persona adulta. La sua permanenza può dar luogo a infezioni del tessuto nell’area del condotto anomalo, aritmie o addirittura scompenso cardiaco. Per questo – pur se in alcuni casi ci si può limitare ad osservare la situazione perché la permanenza di questo “senso vietato” nel cuore non crea particolari sussulti nella circolazione – si procede a un intervento che sempre più frequentemente si effettua senza ricorrere al tradizionale approccio cardiochirurgico. In altre parole, senza bisturi. Come? In pratica si ricorre al trattamento per via percutanea. Attraverso l’arteria femorale si fa risalire un catetere fino al punto in cui occorre “bloccare” il traffico, sempre sotto controllo radiologico. Una volta individuata la posizione esatta lo specialista non fa altro che provocare l’apertura di un piccolo “ombrellino” che va ad adattarsi alle dimensioni del foro da chiudere, consentendo quindi il recupero della normale
conformazione anatomica.

Ma il dotto di Botallo non è l’unico cui bisogna porre attenzione. In quasi tre – quattro persone su dieci, pur se l’anomalia si genera in età pediatrica, può permanere l’apertura del forame ovale. Attraverso questa finestra, che mette in comunicazione l’atrio destro con l’atrio sinistro, possono passare dei coaguli formatisi nelle vene che non vengono “filtrati” come normalmente accade, all’interno dei polmoni. Se ciò succede, i grumi di sangue possono salire fino al cervello, andando ad occludere un’arteria. L’alterazione anatomica non si scopre con i comuni test per la salute del cuore, come l’elettrocardiogramma, né alla visita clinica. Per identificarla, solo nei casi in cui si sia verificato un episodio specifico, occorrono esami mirati, come ecocardiografie particolarmente sofisticate. Normalmente l’approccio a questa situazione, quando viene scoperta perché la persona ha dato segni di ischemia cerebrale che non trova altre origini più chiare, prevede di iniziare con un trattamento farmacologico, con una serie di controlli per monitorare la situazione cerebrale nel tempo. Si può comunque considerare l’eventuale trattamento di cardiologia interventistica, che prevede l’immissione di una protesi a forma di “doppio ombrello” che va a “chiudere” il foro. L’intervento si esegue in meno di un’ora e il paziente torna a casa in tempi brevi. In genere non occorrono particolari precauzioni dopo questa terapia, anche perché, una volta chiuso, il foro non dà più problemi. Occorre solo seguire un trattamento antiaggregante, che abbassa il rischio che si formino coaguli nel sangue.