Attenzione alla tiroide se soffrite di scompenso cardiaco

Ricerca pubblicata su American Journal of Cardiology dimostra che quando la ghiandola non lavora bene aumenterebbe il rischio di morte in chi ha il cuore “stanco”

Attenzione alla tiroide se soffrite di scompenso cardiaco

C’è chi definisce la tiroide come una sorta di “equilibratore” delle funzioni dell’organismo. La ghiandola a forma di farfalla che si trova nel collo, infatti, regole diverse funzioni, a partire dalla frequenza del battito cardiaco, ed è un vero “motore” per il metabolismo. Ora però si scopre anche che un cattivo funzionamento della tiroide, sia in caso di ipertiroidismo che di ipotiroidismo, potrebbe diventare una variabile significativa per il benessere di chi soffre di scompenso cardiaco. Chi ha la tiroide che lavora troppo o troppo poco, in questa situazione, avrebbe infatti un aumentato rischio di mortalità se il cuore non si contrae come dovrebbe. A scoperchiare questa specie di “vaso di Pandora” di informazioni scientifiche è una ricerca apparsa su The American Journal of Cardiology, coordinata da Nathan A. Samuel, del Dipartimento di Cardiologia ella Hull York Medical School e dell'Hull and East Yorkshire Medical Research and Teaching Centre dell’ospedale Castle Hill di Cottingham, a Kingston upon Hull. Sia chiaro: l’osservazione è importante soprattutto in chiave di monitoraggio della situazione. Per chi soffre di scompenso cardiaco, insomma, l’osservazione del quadro ormonale si potrebbe rilevare di grande aiuto, per poter poi intervenire anche su questi aspetti con le contromisure necessarie. Lo studio si basa su dati derivanti da poco meno di 7000 pazienti seguiti nelle strutture ospedaliere per scompenso cardiaco cronico. In termini generali, nove pazienti su dieci avevano un livello normale del TSH, l’ormone che offre le maggior informazioni sul funzionamento della ghiandola. Ma sei su cento avevano la tiroide che lavorava troppo poco, a fronte di un quattro per cento che invece risultava ipertiroideo.

I parametri da considerare

Sia l’iper che l’ipotiroidismo, quindi, vanno tenuti presenti in ambito di controllo dello scompenso cardiaco. E questa valutazione andrebbe fatta fin dall’inizio perché, come ricordano gli autori dello studio, il cattivo funzionamento della tiroide può influire sulla genesi dello scompenso. Va comunque rilevato che dall’analisi emerge come l’analisi dei dati raccolti presenti tre fattori che appaiono particolarmente importanti nel definire gli esiti clinici delle persone con scompenso cardiaco: in primo luogo conta l’età – più avanza più crescono i rischi di decesso – poi l’aumento dei livelli di un particolare composto (peptide natriuretico di tipo pro-b). infine conta, come è ovvio, la gravita del quadro di partenza, che viene identificato attraverso una specifica scala di valutazione chiamata NYHA. Ovviamente, a fronte di questi parametri, non bisogna dimenticare il buon lavoro della tiroide che diventa un “cofattore” in grado di definire meglio il rischio e deve essere affrontato in chiave terapeutica, quando necessario. Almeno questo è il consiglio che emerge dallo studio. In termini generali, comunque l’ipotiroidismo, di solito dovuto ad un’infiammazione cronica della ghiandola, di per sé senza sintomi, che tende a distruggerla gradualmente nel corso di anni, è cinque volte più comune dell’ipertiroidismo. In media cinque persone su cento presentano un’insufficiente attività della tiroide e se a queste aggiungiamo le situazioni "subcliniche", con disturbi soggettivi assenti o quasi, si sale ancora. Tutti i disturbi dell'ipotiroidismo possono essere corretti dall'assunzione di ormone tiroideo in giusta dose. Ciò che conta, comunque, è che sia per l’ipo che per l’ipertiroidismo la diagnosi venga fatta prima possibile. Basta un esame del sangue, il semplice dosaggio del TSH, per arrivare a capire se qualcosa non funziona.