I batteri “buoni” proteggono chi soffre di scompenso cardiaco

I malati che consumano molti vegetali e meno carne hanno più fibre nell’alimentazione e modificano il microbiota, riducendo addirittura il rischio di morte

I batteri “buoni” proteggono chi soffre di scompenso cardiaco

Meno carne, più frutta e verdura. Questa semplice “ricetta” alimentare consente di modificare positivamente la flora batterica anche nelle persone che soffrono di scompenso cardiaco, con esiti clinici davvero impensabili. Il mutamento del microbiota, costituito dai miliardi di batteri che convivono nel nostro apparato digerente, sarebbe in grado di influire in senso positivo sia sul rischio di morte sia sulla necessità di ricorrere al trapianto di cuore. La buona notizia emerge dal congresso Heart Failure 2019, dedicato proprio alle ultime scoperte sull’insufficiente azione di “pompa” del sangue da parte del cuore, in cui è stato presentato uno studio sul tema condotto all’Università di Oslo e coordinato da Cristiane Mayerhofer. “Ricerche precedenti hanno dimostrato una ridotta biodiversità nelle popolazioni batteriche dell’intestino delle persone con scompenso cardiaco – ha spiegato l’esperta. Oggi abbiamo mostrato per la prima volta che questa situazione è correlata con un ridotto introito di fibre alimentari”. Sotto la lente di ingrandimento degli esperti, in ogni caso, c’è anche l’elevata assunzione di carne ed in particolare il rapporto tra questo elemento ed un maggior rischio di patologie cardiovascolari, probabilmente mediato proprio dai mutamenti del microbioma. Sotto la lente di ingrandimento degli esperti in questo senso ci sono gli elevati livelli di TMAO (trimetilamina-N-ossido) che fa “lavorare” i batteri intestinali quando debbono degradare la carnitina, un composto presente nelle carni rosse. Qualche tempo fa alcuni studiosi della Cleveland Clinic hanno preso in esame proprio la TMAO, associata con l’aterosclerosi e la conseguente formazione di placche all’interno della parete dei vasi. Nel lavoro pubblicato su Nature Medicine, gli scienziati americani hanno dapprima visto che chi consuma regolarmente carne produce una maggior quantità di TMAO rispetto ai vegetariani e ai vegani. Ma quando i “carnivori” assumono per un certo periodo antibiotici, farmaci che influenzano il normale microbiota, la produzione di TMAO cala anche dopo che le persone mangiano alimenti ricchi di carnitina. Inoltre gli studiosi americani hanno rivelato una differenza nel microbiota tra mangiatori di carne e vegetariani, oltre ad un legame tra assunzione di carnitina attraverso la carne e livelli di TMAO nel sangue, al punto da pensare che le abitudini alimentari possano influenzare la capacità del microbiota di dar vita alla formazione di TMAO a partire dalla carnitina. La ricerca condotta in Norvegia conferma questa ipotesi, rilevando quanto l’alimentazione possa influire sulla composizione della flora batterica e quindi sulla salute dell’apparato cardiovascolare anche in una popolazione complessa come quella delle persone con scompenso cardiaco. Consiglio pratico della Mayerhofer: “sarebbe prudente per i pazienti con compenso limitare l’introito di carne a non più di due-tre volte la settimana”.

Studiati i campioni fecali

La ricerca norvegese ha preso in esame 84 pazienti con scompenso cardiaco cronico in trattamento, confrontando le loro popolazioni batteriche con quelle di 266 soggetti in buona salute. La composizione del microbiota è stata rilevata con lo studio dei campioni dei geni batterici nei campioni fecali.  Dall’analisi è emersa la ridotta biodiversità nel microbiota nei soggetti con scompenso rispetto alla popolazione sana, con un ridotto rapporto tra Firmicuti e Batterioidi rispetto al controllo. Questa differenza è apparsa particolarmente significativa quando lo scompenso non era dovuto ad una causa ischemica. Quando però si è correlato questo risultato con l’alimentazione, si è visto che in caso di dieta ad elevato contenuto di fibre aumentava sia la biodiversità della popolazione batterica, con un incremento dei livelli di Firmicuti e profilo del microbiota più simile a quello dei soggetti sani. Ovviamente queste rilevazioni dovranno essere confermate da studi futuri, perché siamo solo all’inizio. Ma già si stanno facendo passi in questo senso. La stessa Mayerhofer infatti partecipa allo studio GutHeart,  primo trial clinico controllato e randomizzato gli effetti di un probiotico e di un antibiotico sulla composizione della flora batterica intestinale, della funzione cardiaca e dei livelli di infiammazione in pazienti con scompenso cardiaco. Di certo si sa che la ricerca si sta rivolgendo sempre di più al ruolo del microbiota nella genesi di numerose patologie. Benché la percezione dei batteri sia prevalentemente legata a eventi patologici, la vita stessa dell’uomo è dipendente dalla presenza di batteri “buoni” che abitano diverse aree del corpo umano. La composizione della flora batterica presente nel tubo digerente)  entra infatti in gioco in numerosi processi fisiologici dell’organismo umano. Ad esempio favorisce e regola la digestione degli alimenti, grazie ad una serie di enzimi che sono in grado di trasformare molte delle sostanze che arrivano nel canale digerente con i cibi come lipasi, proteinasi, diastasi. Inoltre le cellule batteriche sono veri e propri laboratori invisibili, entro i quali si svolgono alcune attività enzimatiche fondamentali per la replicazione degli stessi germi, mentre altri composti enzimatici vengono liberati all’esterno, nel canale intestinale, e quindi possono diventare attivi sulle sostanze in transito o sulle cellule della mucosa. Infine il microbiota oltre ad assicurarci la produzione di vitamine del gruppo B, e in particolare della B12, favorisce la sintesi di energia disponibile per l’organismo.

 

(FM)