Cuore “stanco”, come iniziare la terapia dello scompenso cardiaco in ospedale

Uno studio apparso su New England Journal of Medicine dimostra il vantaggio di iniziare la terapia con l’associazione sacubitril-valsartan rispetto ad enalapril. Il trattamento migliora i risultati nei pazienti con scompenso stabilizzati dopo il ricovero

Cuore “stanco”, come iniziare la terapia dello scompenso cardiaco in ospedale

Per le persone che soffrono di scompenso cardiaca, condizione che interessa centinaia di migliaia di soggetti in Italia ed è destinata a crescere in futuro, arriva un’importante novità in termini di trattamento farmacologico. A riportarla è il New England Journal of Medicine, che riprende i risultati dello studio PIONEER-HF. Dall’indagine emerge che i pazienti trattati con l’associazione tra due farmaci (sacubitril e valsartan) hanno ottenuto una riduzione del peptide natriuretico N-terminale di tipo B (NT-proBNP) superiore del 29 rispetto ai pazienti trattati con enalapril (farmaco impiegato nella cura standard), dopo quattro e otto settimane. Riduzioni significative del NT-proBNP sono state osservate in pazienti trattati con sacubitril-valsartan già dopo una settimana dall’inizio del trattamento. L’ NT-proBNP è un biomarcatore consolidato, utilizzato per determinare gravità e prognosi dello scompenso cardiaco. Inoltre in un’analisi esploratoria pre-definita dello studio, sacubitril-valsartan ha dimostrato una significativa riduzione (46 per cento) rispetto a enalapril, su un periodo di 8 settimane del rischio composito di mortalità, ri-ospedalizzazione per scompenso cardiaco (degenza ospedaliera > 24 ore), necessità di impianto di un dispositivo di assistenza ventricolare sinistra  o di inserimento in lista di attesa per trapianto cardiaco. Questo risultato è stato determinato principalmente da riduzioni della mortalità e della necessità di ri-ospedalizzazione per scompenso cardiaco tra i pazienti trattati con l’associazione farmacologica. Lo studio PIONEER-HF è uno studio clinico prospettico, multicentrico, in doppio cieco, randomizzato, disegnato per valutare la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia dell’inizio in ambito ospedaliero di sacubitril/valsartan rispetto a enalapril nei pazienti con con frazione di eiezione  ≤40% e un valore del peptide natriuretico amino terminale tipo B-pro (NT- proBNP), pari a ≥1600 picogrammi per millilitro o del peptide natriuretico di tipo B (BNP), pari a ≥ 400 picogrammi per millilitro, indipendentemente dalla durata della diagnosi o del trattamento con inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina e/o bloccanti del recettore dell’angiotensina. Sono stati reclutati e seguiti 881 pazienti.

Il problema del cuore “stanco”

Lo scompenso cardiaco è caratterizzato da periodi anche lunghi di stabilità in cui il paziente svolge una vita normale, interrotti da momenti di instabilità, in cui frequentemente è necessaria l'ospedalizzazione. Il  momento dell'ospedalizzazione è molto critico, è gravato da un maggior rischio di  mortalità e da una elevata probabilità di nuovo ricovero dopo la dimissione. Per evitare un nuovo aggravamento dopo la dimissione è molto importante che il paziente sia seguito e controllato, che la terapia sia continuamente aggiustata e che vi sia un controllo in ogni caso di nuovo aggravamento dei sintomi. Questo è possibile solo se avviene una presa in carico da parte degli operatori del territorio, medici e infermieri dedicati alla cura dei pazienti con scompenso. Il paziente, nella maggior parte dei casi, è anziano, fragile con pluri-comorbilità, e ciò comporta una complessità della terapia farmacologica e non farmacologica spesso gravosa in assenza di caregiver. Sul fronte delle cure, oggi ci sono trattamenti che consentono di ottenere una risposta più pronta e duratura alla cura dei pazienti scompensati a più complessa gestione, come l’ivabradina e l’inibitore del recettore dell’angiotensina e della neprilisina (sacubitril-valsartan). Quest’ultimo, in caso di insufficienza cardiaca sintomatica cronica con ridotta frazione di eiezione, stando ai risultati dello studio Paradigm-HF, in confronto alla terapia standard con enalapril ha consentito di ridurre la mortalità cardiovascolare del 20 per cento, l’ospedalizzazione per scompenso cardiaco del 21 per cento, la mortalità per tutte le cause del 16 per cento. L’obiettivo, per i malati, è duplice: da un lato allungare l’aspettativa di vita, dall’altro migliorarne la qualità; la fame d’aria e la grave stanchezza tipiche dello scompenso, infatti, si riducono sensibilmente e il paziente può tornare gradualmente ad una vita più attiva.

(FM)