Se i polmoni soffrono il cuore si ammala

Quando cala rapidamente la capacità di respirare bene cresce l rischio di patologie cardiache, in particolare di scompenso. Basta una spirometria per sapere se tutto funziona a dovere

Se i polmoni soffrono il cuore si ammala

Basta un semplice esame diagnostico del tutto indolore per sapere se i polmoni lavorano come si deve. Si chiama spirometria e si fa soffiando in un boccaglio collegato ad uno strumento che misura quanta aria riusciamo ad inspirare, quanta ne emettiamo e soprattutto se ci sono restringimenti o difficoltà al suo passaggio. Oggi la spirometria viene considerata il test di screening per scoprire patologie come l’asma e la Bpco, ma potrebbe diventare importante anche per valutare il rischio cardiaco, stando a quanto riporta una ricerca condotta sui dati derivanti dello studio ARIC (Atherosclerosis Risk In Communities) che ha dimostrato come un rapido calo nella funzionalità respiratoria sia associato ad un aumento del rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, soprattutto scompenso cardiaco. Come se non bastasse, nell’osservazione condotta per tre anni, il rischio sarebbe indipendente dalla presenza di altri elementi “pericolosi” per il cuore, come il fumo di sigaretta. Il parametro chiave da valutare in questo senso è il FEV 1, ovvero il volume di aria che si riesce ad emettere “spingendo” sulla respirazione in un secondo. Stando all’indagine, se questo dato peggiora rapidamente anche il cuore sarebbe più a rischio. La ricerca, coordinata da Amil M. Shah, del Brigham and Women’s Hospital di Boston e dell’Università di Harvard, è stata pubblicata su Journal of the American College of Cardiology.

Cosa dice lo studio

Il messaggio che viene dagli specialisti d’oltre Oceano è chiaro: anche se spesso cuore e polmoni non vengono considerati insieme, sarebbe importante verificare con cura la loro attività. La scienza dice infatti che chi ha una funzione respiratoria alterata può avere un rischio doppio di andare incontro a mortalità per cause cardiovascolari e al contempo la presenza di una malattia coronarica e dello scompenso cardiaco è più frequente in chi soffre di patologie respiratorie croniche. Lo studio ha preso in esame le informazioni relative a quasi 10.500 persone che non mostravano segni di patologie cardiovascolari e sottoposte a spirometria a distanza di alcuni anni. Dopo un monitoraggio medio di 17 anni, si è visto che lo scompenso cardiaco è comparso nel 14 per cento della popolazione, patologie coronariche nell’11 per cento e l’ictus nel 6 per cento. Considerando la funzionalità respiratoria registrata con la spirometria si è visto che un declino rapido nella FEV1 e nella CVF (la sigla sta per Capacità vitale forzata, ovvero il volume e totale di aria espulsa in un'espirazione forzata partendo da un'inspirazione massimale) è risultato associato ad un maggior rischio di scompenso cardiaco. In particolare, poi, il calo della FEV1 è apparso particolarmente significativo in chiave prognostica come indice di rischio nel primo anno di osservazione. Cuore e polmone, insomma, lavorano insieme. E bisogna sempre ricordare di considerare anche il “mantice” che ci permette di vivere, quando si pensa alla salute cardiaca.