Quando il cuore non ce la fa più

Lo scompenso cardiaco colpisce quasi un milione di italiani. Ma si può curare. Una campagna insegna a riconoscerlo in tempo

Quando il cuore non ce la fa più

Dicono proprio così: "Dottore, ho un po' di scompenso". Come fanno molti diabetici. Un po' per esorcizzare la malattia, certo. Che fa meno paura di un tumore. Sbagliando: perché le malattie cardiovascolari - non i tumori - sono la prima causa di mortalità. E perché lentamente, silenziosamente ma in modo inesorabile, quel "po' di scompenso" - che vuol dire che il cuore non ce la fa a pompare e fornire sangue in misura sufficiente a tutti gli organi, o ce la fa sforzandosi troppo - porterà a un peggioramento progressivo della qualità della vita, persino in assenza di sintomi, a una ospedalizzazione dalla quale non ci si ripiglierà del tutto, a una mortalità non banale.

Lo scompenso cardiaco colpisce quasi un milione di italiani, è la prima causa di ricovero tra gli over 65, circa 190mila all'anno per un costo di circa 3 miliardi di euro. Durante il ricovero il 3,8 per cento dei pazienti muore, dopo due mesi la malattia provoca il decesso o un nuovo ricovero nel 30-50 per cento dei pazienti. La mortalità ad un anno dalla dimissione è del 20-30%, a 5 anni del 40-50%.  E se si pensa che una persona su cinque sopra i 40 anni svilupperà scompenso nel corso della vita è intuibile come arrivare e curare per tempo possa essere dirimente. Eppure non accade sempre. Perché si pensa che quel po' di affanno a fare le scale, la stanchezza, il deterioramento della memoria o il gonfiore a piedi e gambe siano "mali" dell'età. E invece è il cuore. Un cuore che non ha più la fisiologica forma un po' a pallone di rugby, che si svuota se lo comprimi - spiega Michele Senni, direttore della Cardiologia 1 dell'Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo -  ma tende a diventare rotondo, dilatandosi". E cominciando a dare i primi quasi sempre inascoltati segnali.

Per questo la campagna di informazione "I love life" - con il patrocinio del ministero della Salute e di Aisc, associazione italiana scompensati cardiaci, su iniziativa di Novartis -  si pone come obiettivo di informare e sensibilizzare innanzi tutto i pazienti a non perdere tempo sottovalutando i propri sintomi, e i medici a non essere vittima di inerzia prescrittiva di fronte a farmaci nuovi, che sono la prima novità terapeutica in quindici anni. Una campagna che ha come slogan "Il cuore è imprevedibile, lo scompenso no. Curarlo si può"  e che dopo aver piazzato installazioni di street artist sul tema nelle piazze di Milano, Palermo e Roma, prevede una pagina Facebook dedicata che darà le date degli eventi di sensibilizzazione nelle piazze delle principali città italiane e persino un pupazzetto rosso a forma di cuore stilizzato, Cino. 

Come si manifesta
I sintomi sono tanti. Appunto mancanza di energia, senso di stanchezza, affanno, all'inizio facendo degli sforzi, ma poi anche a riposo o addirittura di notte. E poi edema a gambe e piedi, perdita di appetito, addome gonfio, deterioramento della memoria, confusione. E poi quella fame d'aria, che qualche volta migliora mettendosi seduti, e che è talmente tipica della malattia da essere utilizzata per classificarne la gravità, secondo il modello del Nyha (New York Heart Association) in quattro classi.

Come si tratta
È importante trattare lo scompenso perché anche senza sintomi la malattia continua ad agire. Così come è importante migliorare lo stile di vita: smettere di fumare, limitare lo stress, muoversi, mangiare sano con poco sale e grassi, ridurre le calorie se si è in sovrappeso. L'attività fisica deve essere consigliata dal cardiologo, dopo esami strumentali. Ma è importante che il paziente si muova, ance solo per una passeggiata. "Farlo stare seduto in poltrona o a letto - continua Senni - è controproducente. E non bisogna nascondergli la gravità della patologia, spesso sottostimata. Quanto più è consapevole e informato tanto più avrà una migliore qualità della vita".

E veniamo al capitolo farmaci. Premettendo - come fa Claudio Rapezzi, direttore della Cardiologia al policlinico S. Orsola di Bologna - che lo scompenso è una sindrome, spesso provocata da un vecchio infarto o da una malattia delle valvole o da un diabete scompensato. Una sindrome che spesso accompagnerà in modo amichevole la vita del paziente". 
Quanto amichevole dipende dalla terapia. Oggi si utilizza un cocktail che comprende diuretici, Ace inibitori o sartani, beta-bloccanti e antagonisti dell'aldosterone. Da poco più di un anno  - e dopo circa 15 in cui non ci sono state novità sostanziali - si sono aggiunti gli Arni. "Il primo di questa classe - continua Rapezzi - è composto da due molecole (sacubitril e valsartan) ed è una grande novità perché per la prima volta siamo andati all'attacco. Lo stiamo utilizzando su pazienti nella scala da 1 a 3. Non ci sono o no evidenza per poter trattare anche quelli in fascia 4, ma penso che potremmo. Anche perché non è tanto importante la gravità dello scompenso, quanto l'instabilità. È quella che ci lega le mani. Purtroppo - nonostante l'efficacia - viene usata poco. Un po' per le legittime limitazioni dell'Aifa, un po' per inerzia prescrittiva. E invece se si selezionano bene i pazienti gli regaliamo anni di vita in più. Un anno e mezzo in media, ma anche tre. Ed è stato anche dimostrato - lo ha fatto lo studio Paradigm Hf - che si riduce il rischio di morte improvvisa". 

I malati
I pazienti chiedono accesso alle cure, le più nuove ed efficaci, e centri specializzati per lo scompenso. "Siamo nati da poco più di quattro anni - racconta Maria Rosaria Di Somma, rappresentante Aisc - ma siamo attivi e cerchiamo di aiutare i pazienti a conoscere la propria malattia e a curarsi. Perché vuol dire qualità della vita. Diamo informazioni sulle terapie, sui centri sul nostro sito. E anche consigli per viaggiare. Perché uno scompensato può prendere un aereo, ma con qualche precauzione. E noi abbiamo preparato delle raccomandazioni e un percorso dedicato, cominciando dal pronto soccorso dell'aeroporto di Fiumicino".

(di Elvira Naselli)