Cardiologia: un terzo dei pazienti non ha accesso agli interventi mini-invasivi

Non prevedono cicatrici, sono efficaci e per molti rappresentano lo standard di cura. Ma in Italia giocano le disparità regionali e i finanziamenti frammentari

Cardiologia: un terzo dei pazienti non ha accesso agli interventi mini-invasivi

In Italia un milione di pazienti cardiopatici, circa un terzo del totale, non ha ancora accesso ad interventi cardiaci mini-invasivi basati su tecniche cosiddette percutanee, che non prevedono cioè l'apertura del torace – dunque non lasciano cicatrici – e che sono spesso impiegate in anestesia locale e non generale. Per molti pazienti queste tecniche, più moderne e spesso più efficaci ma anche più costose, rappresentano lo standard di cura, in base alle linee guida nazionali e internazionali: il mancato accesso è pertanto dovuto all'assenza di una chiara governance regionale in tema di innovazione tecnologica, alla frammentarietà nei meccanismi di finanziamento. A rivelare questi dati è la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (Gise), nel convegno romano. Tra i temi, le nuove opportunità interventistiche e l'accesso dei pazienti.

Accesso non facile. Dopo i 75 anni, per esemio, circa il 3,4% della popolazione è affetto da stenosi aortica severa, ovvero un restringimento grave della valvola dell'aorta, che se non trattato può portare al decesso entro un paio di anni. Nel caso in cui il paziente non sia operabile o sia ad alto rischio, le linee guida internazionali raccomandano l'utilizzo della chirurgia percutanea con la tecnica TAVI. Tecnica che prevede la sostituzione della valvola transcatetere, attraverso il femore: i pazienti candidabili sono circa 32mila, ma soltanto poco più di 5.500 sono stati effettivamente trattati. L'Italia, con 75 interventi di questo tipo per milione di abitanti, è dietro alla Germania, che ne fa 200, e alla Francia (150). "Eppure in questi casi è lo standard di cura -  ha commentato Giuseppe Tarantini, presidente Gise - un trattamento salvavita che deve sempre più spesso essere valutato e applicato".

Oltre a questa metodica, fra le altre tecniche percutanee mini-invasive discusse dagli esperti ci sono la riparazione transcatetere della valvola mitralica, l'utilizzo dello stent per aprire le coronarie bloccate e l'occlusione dell'auricola (una parte dell'atrio sinistro) per prevenire l'ictus, evento cardiovascolare che rappresenta la seconda causa di morte. Anche in questi casi, i numeri dei pazienti trattati sono più bassi rispetto a quelli di altri paesi europei, come la Germania e la Svizzera.

Fra le ragioni di questo gap la frammentarietà dei meccanismi di finanziamento e di rimborso, le disparità a livello regionale del Sistema sanitario nazionale, con il Nord favorito rispetto al Sud, e la necessità di una maggiore organizzazione e interazione degli esperti in un team multidisciplinare. E poi c'è il problema costi. "La protesi impiantata con la TAVI può costare dai 14 ai 19mila euro, mentre quella dell'occlusione dell'auricola dai 4 ai 6mila euro -  spiega Tarantini - ma questi interventi salvavita hanno un rapporto costo-beneficio nettamente favorevole, considerando la riduzione dei decessi e dei rischi successivi, insieme all'abbattimento dei costi relativi alle terapie cui altrimenti il malato andrebbe incontro".

Inoltre con la Tavi su 4 persone trattate se ne riesce a salvare una. "Un dato epidemiologico di grande rilevanza – chiarisce Tarantini – se si considera che in altre malattie croniche un trattamento spesso è in grado di salvare una vita su 100". In medicina una misura di efficacia è data dal parametro NNT (number needed to treat), ovvero il numero di pazienti che è necessario trattare per ottenere una unità di vantaggio rispetto ad una terapia di controllo. In questo caso, dunque, questo parametro soglia è ampiamente superato.

Qualche dato positivo c'è. Come l'alta incidenza di interventi mini-invasivi di angioplastica coronarica – la dilatazione mediante un particolare catetere del tratto di arteria coronaria ostruito – effettuato come prima scelta: nel 2017 in Italia hanno fatto l'angioplastica primaria 609 individui per milione di abitanti, sottolineano gli esperti, superando la soglia dei 600 per milione, identificato a livello europeo come standard di qualità. Altro dato positivo: nel nostro paese ogni anno si effettuano
più di 156mila angioplastiche coronariche, di cui quasi un quarto nel caso di infarto acuto; e più di 350mila procedure diagnostiche in oltre 270 centri di emodinamica sul territorio nazionale, che permettono di intervenire senza cicatrici su pazienti con malattie cardiovascolari.

 

(di Viola Rita)