Così si estrae un “mini-pacemaker”

Importante innovazione a Brescia: in un paziente giovane, invece di lasciare il dispositivo “esaurito” nel cuore dopo anni, si è provveduto ad estrarlo prima di metterne un altro

Così si estrae un mini-pacemaker

Utile, il micro-pacemaker inserito direttamente nel cuore. Ma quando c’è da sostituirlo, magari solo perché la batteria che anima lo strumento capace di dare il giusto ritmo al muscolo cardiaco, spesso si preferisce lasciarlo sul posto e metterne al suo fianco un altro. Ora la cardiologia italiana fa però segnare un altro record: c'erano infatti pochissimi casi isolati di estrazione del sistema Micra (così si chiama il micro-pacemaker) e tutti molto precoci, cioè a meno di un anno dal primo impianto. A Brescia, nel Laboratorio di Elettrofisiologia degli Spedali Civili di Brescia che rappresenta un punto di riferimento per l'estrazione di pacemaker e defibrillatori cardiaci infetti o malfunzionanti, è stata eseguita la delicata estrazione dal muscolo cardiaco di un micro-pacemaker con successivo reimpianto di un nuovo dispositivo a una giovane paziente a circa tre anni dall'intervento. L'operazione è stata ideata e eseguita da Antonio Curnis, responsabile del Laboratorio di Elettrofisiologia e da Luca Bontempi con la collaborazione di Manuel Cerini e di Lorenza Inama. Secondo Curnis “l'estrazione si è resa necessaria per l'esaurimento della batteria del pacemaker, a causa di una elevata energia necessaria a stimolare il cuore nel sito di impianto originale. Non essendoci state esperienze precedenti, la soluzione più semplice era di abbandonare nel cuore il mini pacemaker e procedere all'impianto del nuovo stimolare accanto a quello esaurito. Se da un lato la soluzione a breve termine poteva essere la meno pericolosa e la via più semplice, data la giovane età della paziente il problema si sarebbe riproposto fra qualche anno e in termini ben più seri, poichè non sarebbe stato possibile aggiungere un terzo stimolatore”.

Un intervento complesso

Per tutti questi motivi si è proceduto all’intervento. Così è nata la scelta coraggiosa, in un certo senso pionieristica, di procedere, per la prima volta al mondo, alla rimozione del micro-pacemaker. La difficoltà del trattamento, secondo Bontempi, è stata quella di utilizzare strumentazione chirurgica non dedicata abitualmente a questo tipo di procedura adattandola “in corsa” all'intervento. “Abbiamo dovuto pensare e programmare in maniera scientifica e minuziosa ogni passaggio per garantire la riuscita dell'intervento in assoluta sicurezza - precisa Bontempi. Anche la paziente è stata coraggiosa nell'accettare la nostra soluzione terapeutica”. Il ricovero post-intervento è durato solo due giorni, a conferma del valore della scuola dell'Elettrofisiologia bresciana, che ha ideato e eseguito questo tipo di intervento, aprendo nuove prospettive all'utilizzo dei micro pacemaker per il trattamento delle aritmie cardiache. I pacemaker sono diventati impiantabili sottopelle, sempre più piccoli e corredati da elettrocateteri sempre più sottili: correndo lungo le vene del torace, raggiungono il cuore per osservarlo e stimolarlo. Le problematiche di questi dispositivi sono essenzialmente due: l'infezione o la rottura che ne determina il malfunzionamento. In questi casi l'unica terapia possibile è l'estrazione dei cateteri, con il successivo impianto di un nuovo sistema di stimolazione. Proprio queste problematiche hanno fatto nascere, dai primi anni '70, la sfida di creare un pacemaker tanto piccolo da essere racchiuso nel cuore: allora la tecnologia non lo permetteva, ma cardiologi e ingegneri già immaginavano questa soluzione. Una decina di anni fa negli Usa (nel gruppo c'era anche un ingegnere italiano) è iniziato il lavoro che, alla fine del 2013, ha permesso di arrivare al primo impianto sull'uomo: una microcapsula di meno di 1 centimetro cubo, del peso di 2 grammi, che racchiude batteria, circuiti elettronici, elettrodi e fissazione al tessuto cardiaco. Da allora l'impianto di questo minuscolo pacemaker si è diffuso in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo. In Italia si contano 1.500 impianti, mentre a livello internazionale ne hanno beneficiato oltre 20.000 pazienti.