I ritmi della mamma regolano l’orologio biologico del bimbo e proteggono il cuore

Il rispetto dei ritmi circadiani del neonato da parte della madre si tradurrebbe in un minor rischio di obesità e malattie cardiache. Alterando la cronobiologia, invece, si aumentano i pericoli futuri. Lo dice una ricerca dell’Accademia Ceca delle Scienze che fa sperare in nuovi approcci terapeutici.

I ritmi della mamma regolano l’orologio biologico del bimbo e proteggono il cuore

Il corpo umano ha i suoi ritmi, che vanno rispettati. A cominciare dal sonno per arrivare fino ai pasti. A dettare i tempi sono veri e propri “stabilizzatori” interni, che operano in base alle abitudini oltre che risentire di predisposizioni genetiche. Purtroppo però esistono tantissimi fattori in grado di “alterare” la precisione del delicatissimo orologio biologico di ognuno. Per questo la mamma, fin da subito dopo il parto, dovrebbe impostare i ritmi alle necessità del bebè. Le attenzioni della mamma nei confronti del figlio fin dalla più tenera età possono infatti influire sulla “regolazione” dell’orologio biologico del piccolo al punto che riducendo eventuali alterazioni in questo senso si potrebbe arrivare ad approcci innovativi per combattere l’insorgenza delle malattie cardiovascolari e dell’obesità. A lanciare questa affascinante ipotesi, figlia degli studi in cronobiologia, è una ricerca condotta all’Istituto di Fisiologia dell’Accademia Ceca delle Scienze, pubblicata su Journal of Physiology.

L’ipotesi di lavoro nasce dall’osservazione che il rispetto dei ritmi circadiani rappresenti un fattore chiave per il benessere. L’organismo umano è infatti sincronizzato sui ritmi naturali di giorno e notte, quindi sul gioco tra luce e buio, oltre che sulle abitudini alimentari e sulle modalità con cui impostiamo le giornate. E’ provato che l’alterazione di questi meccanismi di regolazione può avere un impatto sulla salute, in particolare a carico del cuore. La ricerca, per la prima volta, dimostra che i ritmi circadiani della mamma si riflettono positivamente su quelli del bimbo e quindi che l’attenzione a questo aspetto si potrebbe tradurre in una miglior salute cardiovascolare future del bimbo quando sarà adulto.

 

In laboratorio, i risultati sono affascinanti

 

Sia chiaro: le osservazioni sono state ottenute su animali da esperimento. Quindi siamo ancora alle prime fasi della sperimentazione. Ma questo non significa che quanto rilevato dai ricercatori non debba essere tenuto in debita considerazione. La ricerca è stata condotta su due popolazioni di topi, sperimentalmente esposte a differenti cicli “giorno-notte” e quindi a modificazione dell’orologio biologico circadiano. L’effetto dell’attenzione materna al piccolo è stato valutato sia per le madri biologiche degli animali che per quelle che li avevano esclusivamente in affidamento. Tutti i neonati presentavano un’alterazione dei ritmi circadiani ed erano geneticamente determinati per sviluppare malattie in età adulta. A quel punto si è valutato il peso dell’attenzione specifica delle mamme all’orologio biologico prima e dopo lo svezzamento, correlando i risultati con l'attività, la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa di piccoli fino all’età adulta. Risultato: quando la mamma faceva particolare attenzione al rispetto dei ritmi del piccolo, rispettando in pratica il suo orologio biologico, la predisposizione genetica ad avere un maggior rischio di patologie cardiache in età adulta è risultata praticamente azzerata. Al momento non si conoscono i meccanismi molecolari che portano a questo importante risultato, per cui la ricerca è solo agli inizi. Ciò che conta, come segnala una degli autori dello studio, Alena Sumova è che “questi risultati indicano una reale possibilità di ridurre le animali nell’orologio biologico dei neonati e quindi ridurre il possibile progredire di malattie future, al fine di migliorare la salute della persona”. Il futuro, quindi, potrebbe portare a trattamenti mirati a ristabilire il normale ritmo circadiano quando questo è alterato, nel pieno rispetto della cronobiologia. Prima però bisogna capire come i ritmi circadiani sregolati possano davvero contribuire alla progressione della malattia. E non è una sfida semplice.

(F.M.)