Le statine per il colesterolo rendono “migliore” il microbiota intestinale

Nature pubblica uno studio che dimostra come il trattamento con questi farmaci possa limitare l’infiammazione agendo sulla flora batterica

Le statine per il colesterolo rendono “migliore” il microbiota intestinale

Il microbiota diventa sempre di più terreno di studio per la ricerca in cardiologia. E gli studi sulla popolazione batterica dell’intestino nelle persone sottoposte a trattamento ipocolesterolemizzante con statine mostrano chiaramente come questi farmaci, impiegati per ridurre il rischio d’infarto ed ictus in chi ha le LDL (cioè il colesterolo “cattivo”) potrebbe contribuire a creare un microbiota “migliore” in questo senso. A dirlo è una ricerca pubblicata su Nature e coordinata dagli esperti di MetaCardis, gruppo di ricercatori sostenuti dall’Unione Europea proprio allo scopo di valutare i rapporti tra il microbiota e il metabolismo, anche in chiave di prevenzione cardiovascolare. La ricerca è stata coordinata da Sara Vieira-Silva, del Dipartimento di Microbiologia e Immunologia dell’Istituto Rega di Lovanio. Studiando la popolazione batterica in poco meno di un migliaio di persone obese che quindi avevano differenti ceppi batterici prevalenti e di conseguenza una maggior tendenza a sviluppare processi infiammatori, gli studiosi hanno visto che una particolare costituzione di questa popolazione invisibile, caratterizzata dall'enterotipo Bacteroides2 (Bact2), risultava particolarmente presente. Questa caratteristica si osserva normalmente ad elevata infiammazione ed è presente nel 18 per cento degli obesi che non hanno impiegato statine. Lo studio dimostra che invece la terapia con farmaci di questo tipo diventa un elemento fondamentale nel controllo delle alterazioni del microbiota, con conseguente impatto sul potenziale rischio legato appunto al prevalere di batteri “cattivi” per il metabolismo. L’effetto dei farmaci, in qualche modo, si manifesta anche nei soggetti obesi, più a rischio: chi era molto sovrappeso e trattato con questi farmaci aveva infatti in percentuale minore una preponderanza di batteri del tipo Bact-2. L’ipotesi di lavoro è che possa esistere un impatto delle statine sulla crescita battrica a vantaggio dei batteri “buoni”, con potenziale miglior controllo dell’infiammazione.

Il ruolo sempre più importante del microbiota

Detto che siamo ancora in fase di sperimentazione e che non è del tutto spiegato il rapporto causa-effetto tra trattamento farmacologico e composizione del microbiota, va comunque ricordato che sempre di più la scienza sta puntando l’attenzione su questo parametro. L vita stessa dell’uomo è dipendente dalla presenza di batteri “buoni” che abitano diverse aree del corpo umano. Ed i batteri, come del resto avviene per le centrali di energia cellulari, ovvero i mitocondri, entrano in gioco in numerosi processi fisiologici dell’organismo umano. Ad esempio favoriscono e regola la digestione degli alimenti, grazie ad una serie di enzimi che sono in grado di trasformare molte delle sostanze che arrivano nel canale digerente con i cibi come lipasi, o proteinasi. Inoltre le cellule batteriche sono veri e propri laboratori invisibili, entro i quali si svolgono alcune attività enzimatiche fondamentali per la replicazione degli stessi germi, mentre altri composti enzimatici vengono liberati all’esterno, nel canale intestinale, e quindi possono diventare attivi sulle sostanze in transito o sulle cellule della mucosa. Infine il microbiota oltre ad assicurarci la produzione di vitamine del gruppo B. Ma soprattutto il microbiota potrebbe entrare in gioco nella genesi dell’obesità ed anche sul rischio di sviluppare diabete, oltre che potenzialmente nella situazione metabolica e quindi sul rischio cardiovascolare.

 

(FM)