Lo smartwatch “spia” la fibrillazione atriale

Il New England of Medicine “battezza” il dispositivo  indossabile nel riconoscimento dell’aritmia più comune

Lo smartwatch “spia” la fibrillazione atriale

L’orologio che si porta al polso potrebbe diventare un fondamentale strumento per la diagnosi precoce della fibrillazione atriale, aritmia spesso non riconosciuta perché non dà sintomi ma che può creare diversi problemi, primo tra tutti un aumento di circa cinque volte del rischio di andare incontro ad un ictus cerebrale. Riconoscere questa patologia per tempo significa quindi poter mettere in atto le diverse strategie necessarie per contenerla. In questa sfida, un formidabile aiuto nella diagnosi precoce può venire anche dagli orologi indossabili. La prova viene da una sorta di studio clinico virtuale che ha preso in esame oltre 400.000 persone, condotto dai ricercatori dell’Università di Stanford, coordinato da Marco V. Perez e pubblicato su New England Journal of Medicine. Secondo lo studio che non ha precedenti per numerosità del campione e per il tipo di controllo incrociato (i partecipanti sono stati poi sottoposti ad elettrocardiogramma che ha rivelato la conferma della patologia con una precisione dell’84 per cento), è arrivato il tempo di utilizzare l’algoritmo specifico dell’orologio come strumento per identificare i battiti alterati per diventare quindi uno strumento di screening, che richiede ovviamente la conferma dell’elettrocardiogramma.

Una ricerca davvero unica

La App correlate all’Apple Watch sono state le protagoniste di questo studio, chiamato proprio Apple Heart Study. Gli adulti arruolati sono stati oltre 419.000  e nessuno di loro aveva alcun reperto nella sua storia suggestiva per fibrillazione atriale né seguiva terapia anticoagulante.  Attraverso la App si è riusciti a rilevare mutamenti nella frequenza cardiaca, praticamente in ogni minuto, con immediata segnalazione ad un centro di telemedicina. Grazie al sistema i sintomi correlabili con gravità particolare sono stati indirizzati immediatamente ai centri specializzati. Per il resto, ai partecipanti è stato inviato un elettrocardiogramma da effettuare attraverso un semplice cerotto in grado di registrare l’elettrocardiogramma fino ad almeno una settimana. Il cerotto registrante è stato poi decodificato. Risultati: lo 0,52 per cento dei soggetti considerati ha fatto registrare all’elettrocardiogramma i segni di un’irregolarità nella frequenza cardiaca. E nell’84 per cento di quanti hanno restituito la registrazione elettrocardiografica ha confermato la diagnosi. Questo significa che se un partecipante allo studio ha mostrato un’alterazione del battito registrata con l’orologio, questa è stata confermata dall’elettrocardiogramma nell’84 per cento dei casi.

 

(FM)