Attenzione alle fritture per prevenire l’infarto

Un grande studio americano dimostra che quanto più si consumano alimenti preparati in questo modo tanto più cresce il rischio

Attenzione alle fritture per prevenire l’infarto

Più sale il consumo di alimenti fritti e la frequenza di assunzione, tanto maggiore sarebbe il rischio di andare incontro ad una malattia coronarica. Nelle persone che dicono stop a patatine, verdurine e bistecchine consumate in questo modo l’incidenza di questo tipo di patologia sarebbe del 14,6 per cento, per chi si limita assumendo fritture da una a tre volte a settimana sale già al 16,6 per cento. Se il fritto diventa un’abitudine, tuttavia, la percentuale cresce ulteriormente e chi tutti i giorni non sa fare a meno di questi piatti si arriva al 18,3 per cento di incidenza. Insomma: pur se ovviamente non si può mettere sotto accusa un unico elemento ma va considerata l’intera alimentazione e più in generale uno stile di vita che permetta di mantenersi in salute, è meglio davvero limitarsi. A dare questi consigli è una ricerca apparsa su Clinical Nutrition e coordinata da Jackie Honerlaw, del Massachusetts Veterans Epidemiology Research and Information Center. Sotto la lente d’ingrandimento degli esperti sono finiti quasi 155.000 soggetti che facevano parte di una banca dati che monitora lo stato di salute e i comportamenti di ex militari in pensione afferenti al VA’s Million Veteran Program (Mvp). L’età media delle persone studiate e seguite per tre anni considerando proprio il consumo settimanale di alimenti fritti è stata di 64 anni. In nove casi su dieci, come ben si può immaginare la popolazione in studio era rappresentata da maschi. Stando a quanto riferiscono gli autori dello studio, sotto l’aspetto numerico siamo davanti allo studio più “robusto” degli ultimi anni.

Abitudini americane

Sia chiaro: traslare direttamente i dati sulla popolazione italiana non è certo semplice, viste le diverse abitudini alimentari che sono ovviamente diverse tra noi e gli USA. Ma certo la ricerca offre spunti interessanti e conferma come con i fritti ci sia quanto meno da limitare le pulsioni della gola. L’analisi, pur se non permette di definire un chiaro rapporto tra causa ed effetto, mostra infatti una chiara relazione dose-dipendente: ovvero quanto più cresce il consumo di fritture, tanto più sale il rischio di sviluppare una patologia delle arterie coronariche e quindi anche il rischio di sviluppare una cardiopatia ischemica. In particolare, lo studio segnala come nonostante si sia impiegato nella maggior parte dei casi olio vegetale per la frittura, la modalità di cottura e le alte temperature che si raggiungono possono consentire l’aumento di grassi “trans” nell’olio utilizzato che possono poi essere assorbiti dall’alimento cucinato e poi consumato.  Sia chiaro: il dato relativo al consumo dei fritti va inquadrato in una dinamica più ampia relativa alle abitudini di vita ed al controllo del peso. Lo stesso studio mostra infatti che il consumo di fritture ed il conseguente rischio per le arterie sono più diffusi tra chi tende a non essere normopeso e tra chi fuma. Importante, in ogni caso, è limitare questi alimenti, preferendo altre modalità di cottura come vapore, forno o griglia e privilegiare il consumo di olio d’oliva extravergine a crudo.

 

(FM)